Processo Fritz, oggi la sentenza La figlia fa crollare l’orco in aula

"Sì, ho stuprato e ucciso". Il padre-padrone ammette anche omicidio e
schiavitù. <strong><a href="/a.pic1?ID=337316">Il cronista in aula: &quot;Seduto col mostro muto e gelido fino all'ultimo&quot;</a></strong>

Pierluigi Mennitti

Berlino - Alla fine ha scoperto il volto, guardato in faccia l’orrore che aveva provocato e confessato tutte le colpe. Anche l’assassinio del neonato, uno dei sette figli avuti dalle violenze incestuose cui aveva costretto sua figlia, Elisabeth, rinchiusa per 24 anni nella cella scura di uno scantinato della sua villetta di Amstetten. Le lacrime, la voce balbettante, l’ammissione. Sono le nove del mattino, nell’aula giudiziaria di St. Poelten, la cittadina austriaca dove si sta celebrando quello che la stampa, con una certa enfasi, chiama il processo del secolo. Josef Fritzl, 74 anni banalmente portati, abbassa la copertina dell’archivio con cui si è coperto il viso fino a ora e sibila: «Mi dichiaro colpevole delle accuse». «Perché?», chiede con pacatezza la giudice. «Il video di mia figlia, che avete mostrato ieri, mi ha fatto capire il mio comportamento malato». Lo ripete due volte Fritzl, quasi a convincersi: «Il mio comportamento malato».

Ci sono voluti giorni per girare quel video. Elisabeth oggi ha 43 anni, più della metà li ha passati subendo violenze fisiche e mentali. I giudici hanno ritenuto che non fosse opportuna la sua testimonianza in aula e le hanno fatto raccontare l’incubo alle telecamere: il sequestro, gli abusi sessuali, i parti in precarie condizioni igieniche, le violenze psicologiche, le restrizioni di una vita prigioniera vissuta in 60 metri quadri. Fonti di stampa austriache sostengono che Elisabeth in aula ci fosse lo stesso, in incognito, per guardare in faccia dal vivo quel padre che le ha rubato la vita. Chissà. Il video ha comunque raggelato i presenti. E distrutto le ultime resistenze dell’orco: «Non mi ero reso conto di quanto avesse sofferto».
Assassinio, dunque, per omissione di soccorso. Dopo uno dei sette parti, Fritzl non aveva ritenuto di dover almeno prestare assistenza. «Rimpiango di non averlo fatto», dice ora in aula «non era mia intenzione lasciar morire il bambino. Non so perché non ho chiamato un medico, avevo la speranza che tutto sarebbe andato per il meglio». Avrebbe poi bruciato il corpo in un forno. Continua a piangere, con un fazzoletto di carta asciuga le lacrime.La psicologa Adelheid Kastner aggiunge la testimonianza di un colloquio avuto con lui: i bambini erano parte del gioco di potere perché aumentavano la sua capacità di ricatto nei confronti della figlia.

Dei sei sopravvissuti, tre vivevano con lui al piano di sopra, tre rinchiusi con la figlia-madre nello scantinato, un rifugio anti-atomico costruito all’inizio degli anni 70, quando in un’Austria troppo vicina al blocco sovietico s’era diffusa la paura della guerra nucleare. Ora Fritzl rischia l’ergastolo. Oltre all’assassinio del piccolo, ieri ha ammesso anche l’altra accusa che finora aveva respinto: la riduzione in schiavitù. Ad essi si aggiungono gli altri capi d’accusa: violenza sessuale, incesto, sequestro di persona, coercizione. La sentenza è attesa per oggi.