A processo il magistrato di Camerino che non vuole il crocifisso in tribunale

Gbriele Villa

Un crocifisso talmente fastidioso da procurargli un rinvio a giudizio. Capitolo terzo per il giudice Luigi Tosti del Tribunale di Camerino. Dopo le lettere di protesta inviate per mesi al Guardasigilli, dopo lo sciopero delle udienze, autonomamente deciso e tuttora in atto, la crociata atea e aconfessionale del magistrato marchigiano, che proprio non può tollerare di lavorare con il crocifisso sopra la testa, è arrivata ad un primo punto fermo. Un suo collega, nella fattispecie il gip del Tribunale dell'Aquila, accogliendo la richiesta del procuratore della Repubblica, ha disposto il giudizio immediato nei suoi riguardi per il reato di omissione di atti di ufficio. L’accusa, in verità piuttosto scontata dopo la paralisi in cui, per colpa sua, è piombato il piccolo tribunale marchigiano è quella di «essersi indebitamente astenuto dal tenere le udienze a causa della presenza del crocifisso nelle aule giudiziarie». L'udienza è stata fissata al tribunale penale dell'Aquila, che per l’occasione si riunirà in composizione collegiale, cioè quasi in pompa magna, il 18 novembre prossimo. Ma, attenzione, perché il colpo di scena è già assicurato. Come si è affrettato a confermare ieri, appena appresa la notizia del rinvio a giudizio, il diretto interessato. Citiamo testualmente: «Visto che dovrò entrare in un'aula non in qualità di dipendente dell'amministrazione giudiziaria ma come utente, e cioè come imputato, si riproporrà la stessa identica questione, di conseguenza inoltrerò subito anche al Tribunale dell'Aquila e nuovamente al ministro di Giustizia la richiesta di rimuovere i simboli religiosi, preannunciando il mio rifiuto a presenziare all'udienza che mi riguarda in caso di inottemperanza. E sollevando quindi eccezione di incostituzionalità dell'articolo 420 del codice di procedura penale, nella parte in cui esclude che costituisca legittimo impedimento dell'imputato a comparire il rifiuto a presenziare motivato dall'obbligatoria presenza del simbolo religioso del crocifisso nelle aule giudiziarie». Morale? Il giudice, anzi l’imputato Luigi Tosti, 57 anni, se vedrà anche in lontananza il crocifisso, non entrerà al tribunale dell’Aquila. Come peraltro ebbe modo di anticipare al Giornale in tempi recenti, non mollerà mai.
«È un sopruso che non mi lascia scelta, che mi spinge ad andare fino in fondo. Perché, se non rimuoveranno i crocifissi, io non cambierò mai atteggiamento e mi rivolgerò alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Mi sembra grottesco dover essere giudicato, oltretutto per fatti collegati proprio all'indebita presenza del crocifisso, da giudici confessionali sovrastati da quel simbolo partigiano e che giudicano in nome del Dio dei cattolici». Dove la parola partigiano non può che richiamare la sua personalissima resistenza nel caso specifico. Di simpatie ebraiche il giudice Tosti ha proposto di affiancare al crocifisso, nel tribunale di Camerino, la menorà.
«Mi hanno risposto picche. Che non era possibile. Io non ho ceduto e allora se ne sono venuti fuori con una controproposta offensiva e discriminatoria: un’aula ricavata apposta per me, senza alcun simbolo religioso appeso alle pareti. Ma che razza di idea è mai questa? È solo un’intollerabile ghettizzazione che io non accetto, non potrò mai accettare».
Alla sua scrivania del tribunale, in piazza Mazzini, 6, dove da settimane si limita a scartabellare faldoni e a prendere appunti per udienze che non terrà mai, il giudice paladino di laici e atei proclama le sue convinzioni nel nome di «un principio sacrosanto sancito dalla Costituzione: l’uguaglianza fra tutti i cittadini italiani a prescindere dalla fede, colore della pelle etc». L’ostinazione, la sua ostinazione contro il simbolo di duemila anni di cristianità la giustifica in un modo solo: «Lo Stato italiano fino al fascismo era confessionale, poi, dal 1948, le cose sono cambiate, giuridicamente cambiate. Oggi lo Stato è laico, aconfessionale e ha il dovere di rispettare e far rispettare le idee di tutti. Ma la vera verità - ripete come un refrain - è che la nostra madrepatria non è l’Italia, ma il Vaticano. Noi siamo una colonia del Vaticano. Ne subiamo quotidianamente le ingerenze». Alla prossima puntata.