Processo alla Nazionale

Franco Ordine

nostro inviato a Duisburg

Non abbiamo aperto gli occhi a Kaiserslautern. Abbiamo saputo ciò che temevamo e che si nascondeva dietro i bagliori del 2 a 0 rifilato sulla schiena del Ghana, celebrato peraltro con un eccesso di enfasi. La Nazionale di Lippi pratica un calcio coraggioso e moderno ma è lontana dalla perfezione necessaria per resistere alla concorrenza di armate come Argentina, Brasile, la stessa Germania sospinta dal tifo scatenato del suo Paese schierato sull’attenti nell’occasione. I suoi pregi, ammirati la prima notte ad Hannover, la sfrontata gioventù di molti, il disegno tattico ardito con le tre punte, possono diventare difetti intollerabili se non risultano mitigati dal talento dei rari fuoriclasse e dalla feroce determinazione dei più stagionati guerrieri. Perciò, nel duello rusticano contro gli Usa, concluso con un pareggio utile (battendo i ceki ad Amburgo è possibile arrivare primi nel girone ed evitare così il Brasile negli ottavi), abbiamo tradito tutti i limiti già segnalati a Coverciano nei giorni del raduno. Cinque peccati capitali commessi in ordine sparso e in parte riconosciuti ieri dallo stesso ct, spaventato dalle lodi, più disinvolto dinanzi alle censure e alle stroncature, tengono sotto pressione la truppa. Il primo è il più evidente. Centrata la partenza, l’Italia ha avuto un calo vistoso di tensione. Un esempio per tutti: un’ora prima del via, invece di concentrarsi sul riscaldamento, molti azzurri avevano gli occhi rivolti al maxi-schermo per seguire l’epilogo di Ghana-Repubblica Ceca.
La fragilità nervosa di De Rossi ha fatto il resto sparigliando le pedine e compromettendo una sfida tutt’altro che decisa. È un caso se, al primo esame di laurea calcistica, i voti più bassi sono stati collezionati da calciatori che hanno poco frequentato le coppe europee? La risposta è no. A Zaccardo la maglia azzurra pesa come un’armatura, Toni ha le gomme sgonfie: uno ha fatto l’Uefa, l’altro, di mercoledì, ha visto tanta tv. Si coglie a occhio nudo chi ha invece dimestichezza con la Champions league, stato di forma a parte: Cannavaro, Nesta, Pirlo, Gattuso. Per diventare una cosa seria, la Nazionale ha bisogno del suo poeta dichiarato, Francesco Totti, il Trilussa di Duisburg, rimasto invece nel bozzolo di un recupero che non arriva mai. Immobile come una statua, invece di inseguire le giocate più semplici ed efficaci, continua a cercare il colpo a effetto tipico di chi vuole catturare la scena, conquistare la platea invece di mettersi al servizio della squadra. Ma sul punto è bene intendersi subito: l’Italia di Lippi è prigioniera di Totti. Non può farne a meno, non ha a disposizione interpreti alternativi (Del Piero ha perso le occasioni di rilancio), non può cambiare assetto tattico. O decolla con lui, o affonda trascinandolo nell’abisso di una bocciatura senza appello. In Giappone si perse per amore, in Portogallo per eccesso di saliva. Se non si desta, deve dire addio ai sogni di gloria, Pallone d’oro e riconoscimenti del tipo. Si può invece cementare lo schieramento di Kaiserslautern: sull’argine destro difensivo (con Zambrotta) e in attacco dove la candidatura di Inzaghi al fianco di Gilardino è una necessità, non un capriccio. Rimandarla, alimenterebbe l’intollerabile sospetto di un pregiudizio del Ct. Ingiustificato e ingiustificabile.
Franco Ordine