Processo pieno di vizi Ecco le carte da giocare per i legali del premier

Milano Il rito è immediato, ma la rincorsa è finita. Il processo al premier non andrà di corsa, come l’indagine lampo, anzi potrebbe avere un andamento lento. Ai blocchi di partenza, il 6 aprile, gli avvocati del premier torneranno alla carica sollevando la spinosa questione della competenza. Il problema è che a decidere sarà proprio il tribunale di Milano e nessun altro. Che cosa stabilirà la terna composta da tre donne? In teoria la corte potrebbe imboccare due strade diverse: dichiararsi competente e andare avanti, oppure smistare gli incartamenti al tribunale dei ministri di Milano, come chiesto a gran voce dalla difesa, dalla maggioranza e da parte dell’opinione pubblica. In uno slalom procedurale in parte inedito, i giudici potrebbero superare la porta del tribunale dei ministri ma fermarsi davanti a quella della competenza territoriale: la telefonata in questura arrivò in realtà sul cellulare di un funzionario che era a casa a Sesto San Giovanni, comune che è nel perimetro del tribunale di Monza, e dunque il fascicolo potrebbe finire in Brianza.
È difficile fare previsioni. Ma è probabile che il dibattimento venga gestito dai magistrati di rito ambrosiano. Anche se la questione potrebbe riesplodere come una bomba a scoppio ritardato fra alcuni anni. C’è, proprio a palazzo di giustizia, un precedente illustre: quello del processo Sme, dirottato a Perugia dalla Cassazione nel 2006, dieci anni dopo gli arresti avvenuti sulla base delle dichiarazioni di Stefania Ariosto. Questo però è il futuro, se non il futuro anteriore: la Cassazione entrerà in gioco dopo i verdetti di primo e secondo grado. Dunque, sarà il tribunale a stabilire il percorso.
Ma una correzione di rotta potrebbe arrivare attraverso la triangolazione Camera dei deputati-Corte costituzionale. Il tema, solo all’apparenza una questione procedurale per specialisti, è quello, delicatissimo, del giudice naturale: a chi tocca giudicare il presidente del Consiglio? Al tribunale ordinario o al tribunale dei ministri? Si ritorna alla questione che ha infiammato il dibattito politico e giudiziario in queste settimane: la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha rinviato al mittente proprio su questa motivazione le carte spedite dalla procura di Milano. I pm e il gip (forse anche il tribunale) sostengono che Berlusconi debba difendersi in un processo, come dire, di routine. E questo sulla base di una tesi contestatissima: Berlusconi avrebbe commesso il reato in qualità e non nelle funzioni di premier. All’apparenza una sorta di calembour semantico-giuridico, in realtà un rebus per i tecnici del diritto. «Quella della procura e del gip è una distinzione da legulei - spiega al Giornale Gaetano Pecorella, uno dei più noti penalisti italiani, difensore in questo procedimento di Emilio Fede - perché la qualità è intrinseca al soggetto, non ha scadenza, è per sempre: uno può essere bianco, nero, indiano o italiano ma non può avere la qualità di presidente del Consiglio; quella di premier è sempre una funzione, non una qualità intermittente che non esiste. Dunque il caso dev’essere valutato dal tribunale dei ministri». Sul punto esistono diverse scuole di pensiero. Ma la Camera potrebbe arrivare in soccorso della difesa, sposando, come già ha fatto la giunta, il ragionamento di Piero Longo e Nicolò Ghedini.
L’aula, su input della giunta, potrebbe sollevare il conflitto di attribuzione girandolo alla Corte costituzionale, arbitro supremo dei conflitti fra poteri. Risultato: il processo proseguirebbe ma potrebbe essere la Consulta, fra qualche mese, ad azzerarlo e a rispedirlo al tribunale dei ministri. Il convitato di pietra di questa storia. Insomma, il 6 aprile il processo decollerà e probabilmente andrà avanti più o meno regolarmente fino all’eventuale ma probabile pronuncia dell’Alta corte. Questo non significa però un processo sprint.
Il tribunale giudicherà solo Silvio Berlusconi, ma attraverso di lui, citando testi su testi, finirà col mettere alla gogna il berlusconismo e un’epoca. Come fu a suo modo il processo Cusani. Si vedrà udienza dopo udienza. E sul campo di battaglia, i legali del premier giocheranno giorno per giorno l’arma del legittimo impedimento. La Corte costituzionale, chiamata a dirimere il problema, ha scelto una soluzione soft, in qualche modo intermedia: il dibattimento dev’essere fermato se quel giorno il premier è impegnato a fare il suo mestiere, per esempio con la partecipazione a un summit internazionale o con un discorso alla Camera, ma l’impedimento non può essere automatico e assoluto. No, dev’essere stabilito volta per volta. Riesploderà la guerriglia in aula? Certo, la velocità di crociera sarà modesta. La corsa in avanti dei pm è finita. Ora i riflettori e le telecamere illumineranno l’aula. E ci rimarranno a lungo.