Processo Reggiani Testimoni imprecisi:

Avrebbero dovuto dare un alibi a Romulus Nicolae Mailat, il romeno processato in Corte d’Assise per l’omicidio di Giovanna Reggiani. Ma le loro testimonianze su quando lo scorso 30 ottobre videro l’imputato per l’ultima volta non sono state precise. Interrogati in videoconferenza, in collegamento dalla Romania, Daniela e Doru Zagadau, zii di Mailat, hanno fornito orari discordanti e i loro ricordi confusi non sembrano aver cambiato di molto la sorte del processo. Non la pensa così l’avvocato dell’imputato, Piero Piccinini: «I testimoni hanno inferto un duro colpo all’accusa», dice.
Era stata la difesa ad indicare i testimoni sentiti ieri, assieme ad altri tre, che però sono risultati irrintracciabili. Vago il racconto di Doru Zagadau, tornato in patria quattro giorni dopo l’arresto del nipote. «L’ultima volta che l’ho visto - dice - è stata un pomeriggio di ottobre dello scorso anno. Non ricordo il giorno. L’ho incontrato verso le 17,30 tornando dal lavoro. Era la stessa sera in cui è arrivata, intorno alle 21-21,30 la polizia al campo. Mailat mi ha invitato a bere una bottiglia di birra. Sono andato vicino alla sua baracca, erano le 18,40, ma sono rimasto lì soltanto per 5 minuti perché mia moglie stava preparando la cena. L’ho poi rivisto quando la polizia lo stava arrestando». Doru spiega di non aver visto il sangue sul volto di Mailat perché gli agenti non consentivano a nessuno di avvicinarsi e qui contraddice quanto già messo a verbale, e cioè che i poliziotti furono aggrediti dai suoi connazionali e costretti a lasciare in fretta il campo: «Sono stati loro a picchiare chiunque cercasse di avvicinarsi, anche le donne». Anche Daniela Zagadau accetta di parlare di quella sera, nonostante il pm Bice Barborini l’abbia avvisata della sua facoltà, in quanto parente dell’imputato, di astenersi dal testimoniare. Dice che con Mailat quella sera c’erano il suocero, Dorin Obedea, Tiberian Lingurar e altri abitanti del campo: «Bevevano birra vicino alla baracca. Non ricordo esattamente l’orario, ma presumo verso le otto. Hanno smesso di bere una mezz’ora dopo. Ho rivisto Mailat quando è stato arrestato, più o meno un’ora dopo l’episodio della birra. Non ho notato sul volto macchie di sangue». Tanto basta per far gridare vittoria all’avvocato Piccinini, il quale si affretta a ricordare che in base alla ricostruzione della Procura, la Reggiani sarebbe stata aggredita tra le 19,45 e le 20,30. «Il che - dice - è difficilmente compatibile con le dichiarazioni rese oggi (ieri, ndr). In sede di mio intervento conclusivo indicherò un’ipotesi ricostruttiva dei fatti diversa da qualle emersa, comunque adeguata al fatto di poter contemplare come probabile la presenza di più persone sul luogo dell’aggressione». Parte dell’udienza viene dedicata agli aspetti tecnici del processo. Carla Vecchiotti, direttore del laboratorio di Genetica Forense della Sapienza, riferisce ai giudici di aver individuato il sangue della Reggiani su cinque reperti e quello di Mailat sulla maglietta dell’imputato. Poi scontro tra i periti: per quello della difesa le ferite della vittima sono compatibili con un’aggressione compiuta da più persone, per quello della Procura la Reggiani è stata colpita da un’unica mano.