La procura apre un’inchiesta sul caso D’Elia

Stefano Zurlo

da Milano

Ventiquattro ore di riflessione, poi la decisione: la Procura di Firenze ha acceso i riflettori sull’intervista concessa da Roberto Sandalo al Giornale. Sandalo, pentito di Prima Linea, ha accennato a un episodio di sangue di cui finora non si era mai parlato: una rapina avvenuta in Toscana fra il 1978 e il 1979 e conclusa con la morte di una guardia giurata. Quella rapina, archiviata all’epoca come opera di ignoti, sarebbe stata firmata dal gruppo toscano di Prima Linea, al cui vertice c’era Sergio D’Elia, con l’aiuto di un paio di complici arrivati da fuori: Marco Donat Cattin, oggi scomparso, e un altro terrorista giunto da Torino, quello che gli avrebbe spiegato come erano andate le cose quel giorno. Di questa persona Sandalo traccia il seguente profilo: «Fu arrestato, è rimasto in carcere per otto anni, oggi è perfettamente reinserito nella società. Non mi sento di divulgare il suo nome in un’intervista».
Ora la Digos ha cominciato gli accertamenti e ha trasmesso copia dell’intervista al procuratore aggiunto Francesco Fleury. In particolare la Digos, prima ancora di sentire Sandalo, ha iniziato a scandagliare gli archivi alla ricerca di un qualche episodio criminoso rimasto senza autore. Le ricerche sono in corso, ma ci si sarebbe concentrati sull’irruzione in un istituto di credito dalle parti di Fucecchio, non lontano da Firenze, ne 1978. «Io - ripete Sandalo al Giornale - non posso che confermare l’intervista data. Ho ricevuto molti anni fa, quando ancora sognavamo la rivoluzione, una confidenza e ora ho deciso di renderla pubblica. Doveva essere una rapina facile, in un piccolo paese della Toscana, all’interno di una banca sprovvista di un sistema di vigilanza. Invece i quattro compagni, due toscani e due venuti rispettivamente da Milano e Torino, trovarono sulla porta della filiale una guardia giurata, così aprirono il fuoco. Fu una tragedia, una delle tante degli anni di piombo, ma fu anche una tragedia rimossa».
Fin qui la cronaca. Toccherà alla magistratura valutare l’attendibilità delle parole di Sandalo e risalire alla sua fonte. Intanto il nome di Sergio D’Elia, oggi deputato della Rosa del Pugno e segretario della presidenza della Camera, continua a dividere il Paese. Il Sindacato autonomo di polizia ha programmato un ventaglio di iniziative contro la nomina di D’Elia: raccolta di firme, stampa di migliaia di cartoline, manifestazioni nelle piazze, dibattiti e la consegna di un bottone nero ai cittadini. «Ogni anno - spiega il segretario nazionale del Sap Gianni Tonelli - spendiamo energie infinite nell’organizzazione del Memorial day per far capire l’importanza di essere riconoscenti nei confronti di chi ha sacrificato la vita per il Paese. Ma con questi fatti il crimine sembra un investimento. Non credo - è la conclusione polemica - che qualcuno si sognerebbe Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, autori della strage di Bologna, eletti in Parlamento. Ci vuole rispetto per i familiari delle vittime che ancora oggi piangono i loro morti».
Ancora più duro l’ex ministro Carlo Giovanardi che ha inviato a tutti i colleghi di Montecitorio copia della sentenza di condanna di D’Elia, rimasto in carcere dal ’79 al ’91: «La prima cosa da fare è dire la verità. E D’Elia non dice che è stato uno dei capi di una delle associazioni più sanguinose d’Italia». Rincara la dose il presidente dell'associazione vittime del terrorismo «Domus civitas» Bruno Berardi: «Sono pronto a tutto, persino al gesto più estremo: se il signor D'Elia sarà deputato segretario della Camera, mi incatenerò davanti Montecitorio e mi darò fuoco».
La pensa in tutt’altro modo, Olga D’Antona, vedova del professor Massimo, ucciso sempre dalle Br, e oggi parlamentare dell’Ulivo: «D’Elia è già stato riabilitato dal carcere, ha già pagato».