La procura: così avvenivano gli affari coi boss

La relazione alla Commissione d’inchiesta parla di «elementi di prova fondati sulle dichiarazioni di pentiti attendibili»

nostro inviato a Napoli

Nella sua recente audizione alla Commissione d’inchiesta sull’inquinamento del fiume Sarno, il sostituto procuratore della Dda di Napoli, Filippo Beatrice, ripercorre i passaggi salienti dell’inchiesta sugli appalti coop rosse-camorra per i lavori di sistemazione del Canale Conte Sarno. È una disamina dei fatti puntuale anche se l’interessato più volte ci tiene a ricordare che i dirigenti delle coop arrestati e rinviati a giudizio sono stati assolti con due distinte sentenze, di cui una arrivata per prescrizione. «Tuttavia le varie irregolarità manifestate in particolare per il Canale Conte Sarno sono già state evidenziate nella prima sentenza e ritengo che verranno evidenziate anche nella seconda che non è stata ancora depositata (…). Da parte del pm - spiega il magistrato - è stata ipotizzata la turbativa d’asta che tuttavia è risultata prescritta perché prima ancora che si aprisse il dibattimento non è stata pronunciata alcuna sentenza di merito trattandosi di fatti che risalivano a metà degli anni Ottanta. Erano state comunque individuate alcune irregolarità perché le procedure relative agli appalti non erano state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ma soltanto in quella della Comunità Europea e in maniera poco chiara, quasi con l’intento di non diffondere troppo la notizia». Rispetto al sospetto aumento dei prezzi dei materiali edilizi presumibilmente riconducibile alle coop, il pm rimanda alle perizie dei consulenti della procura e dice: «Una delle ragioni che determinò questi aumenti nasceva dal fatto che le imprese fornitrici di calcestruzzo che operavano nell’orbita della camorra, facevano risultare come calcestruzzo pompato (quindi particolarmente lavorato) un tipo di calcestruzzo che pompato non era. Vi era pertanto una sovraffatturazione della prestazione eseguita dall’impresa che si occupava di calcestruzzo rispetto alla società consortile, nella fattispecie la coop Canalsarno, che coordinava tutte le coop del Consorzio cooperative costruzioni di Bologna che aveva vinto l’appalto su queste attività. Pertanto - continua il pm Beatrice - da parte delle coop vi era un esborso superiore rispetto alla prestazione ricevuta. La differenza, di fatto, veniva restituita sottobanco alle coperative e in base alle risultanze emerse (anche se in maniera non molto chiara) parte di quei soldi rimanevano nell’ambito dei soggetti che svolgevano attività imprenditoriale e parte finivano nelle mani dei camorristi che ottenevano così un doppio guadagno: da un lato facevano lavorare le imprese di loro fiducia che venivano o imposte (come ha ritenuto il tribunale) o scelte in base ad un accordo con le coop (come ritenuto dall’accusa); dall’altro ricevevano denaro attraverso il sistema della sovraffatturazione». Beatrice parla di «elementi di prova fondati sulle dichiarazioni di pentiti ritenuti attendibili in quanto capi di consorterie camorristiche e non persone con un ruoli marginali nell’organizzazione» (…). Da Carmine Alfieri a Pasquale Galasso tutti «hanno raccontato in modo articolato i loro rapporti con gli imprenditori e in particolare con quelli legati del post-terremoto (…). Abbiamo riscontrato elementi di collegamento che, però, non sono stati ritenuti sufficienti dal Tribunale, e che derivano da affermazioni di pentiti, e non mi riferisco all’ultimo venuto perché io stesso cerco di essere molto rigoroso quando si tratta di pentiti: so bene chi è l’interlocutore che ci sta di fronte, ma in questo caso una serie di pronunce di tantissimi giudici hanno confermato la completa attendibilità di tali persone». Tantissimi giudici, tranne quelli del processo coop-camorra.