La Procura: ecco perché Bassolino è colpevole dell’emergenza rifiuti

«Responsabile del danno ambientale causato dalla cattiva gestione delle discariche»

nostro inviato a Napoli

Crudo, tagliente, risolutivo, come solo un capo d’imputazione sa essere: «Antonio Bassolino, nella qualità di commissario di Governo per l’emergenza rifiuti nella Regione Campania, in carica fino al febbraio 2004 (...) non impediva, realizzava e consentiva la perpetua violazione degli obblighi contrattuali assunti dalla Ati affidataria in relazione alla gestione del ciclo dei rifiuti solidi urbani in Campania a valle della raccolta degli stessi». Di fronte alla tragedia, chiudeva un occhio. Pensava ad altro. Nell’ambito di un «progetto criminoso» comune a gran parte dei coindagati, dall’alto del suo incarico commissariale, se ne fregava dei cassonetti in fiamme e dei sacchetti in strada. Così facendo favoriva l’espandersi di un’emergenza ambientale che ancor oggi dà il meglio di sé. Stando allo slang giudiziario utilizzato dai pm di Napoli per richiedere il rinvio a giudizio di Sua Eccellenza il Governatore, l’onorevole Bassolino «a fronte della evidente e notoria mancata ricezione da parte della Ati affidataria di tutti i rifiuti solidi urbani prodotti in Campania, ometteva di promuovere e sollecitare iniziative volte a garantire il rispetto del suindicato obbligo contrattuale di ricezione della Ati». Insomma, l’ex viceré di Napoli, sua Maestà della Campania, principe della monnezza, non solo non risolveva (come ripetutamente promesso) il problema dei problemi regionali, ma con il suo modo di fare (e non fare) è riuscito a renderlo irrisolvibile. Per questo la procura di Napoli contesta all’artefice del finto rinascimento partenopeo l’abuso d’ufficio, la frode in fornitura pubblica e soprattutto la truffa ai danni di quello Stato che Bassolino, nelle vesti di commissario ai rifiuti, rappresentava. Ma c’è di più. L’esponente dei Ds potrebbe anche esser chiamato a rispondere di ciò che da anni è sotto gli occhi di tutti, tranne che del diretto interessato e di un certo associazionismo ecologista sempre benevolo con don Antonio: il danno ambientale, derivato dalla malsana gestione delle discariche e dell’intero ciclo di smaltimento dei rifiuti. Un danno consumato «in concorso», tra i controllori governativi e i vincitori del contestatissimo maxi-appalto sulla spazzatura. Testuale, dal j’accuse dei pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo: Bassolino «ha provocato un danno ambientale con la creazione di discariche composte da balle di rifiuto secco, falsamente qualificato come Cdr con deterioramento di risorse naturali (...). C’è stata poi una falsa rappresentazione dell’obbligo di assicurare il recupero energetico della realizzazione di impianti di Cdr in Campania, con le apposite piazzole delle ecoballe di Cdr prodotto, e una falsa rappresentazione della corretta attività attività di gestione degli impianti». Al danno ambientale si aggiunge la beffa politica, se si pensa che a Bassolino la procura muove pesanti addebiti per una serie di presunti «raggiri» finalizzati a prendere per i fondelli, da un lato, il governo di Roma, occultando la reale portata di un’emergenza nazionale; dall’altro, la Regione Campania, che il diretto interessato - per la cronaca - presiede da tempo immemorabile.
Sempre al Governatore, e sempre in concorso, l’autorità giudiziaria si rivolge per stigmatizzare il suo modo di fare mirato a far sempre finta di nulla e a rappresentare una realtà inesistente. «La forza della condotta del commissario in questi anni sta nell’apparenza e nel silenzio», sibilano gli inquirenti. Attraverso il «silenzio», ad esempio, «è stata coperta la inidoneità tecnica degli impianti e la disorganizzazione gestionale di un corretto e regolare adempimento, inducendo in errore la presidenza del Consiglio dei ministri» e contribuendo a erigere muraglie di rifiuti nelle strade e nelle piazze campane. Quanto all’«apparenza», basta rifarsi a quanto sottolineava il gip nella sua ordinanza di sequestro all’Impregilo laddove scriveva che il commissario Bassolino, anziché intervenire prontamente, si comportava come i musicisti sul Titanic: «inerte» di fronte alla tragedia. Al contrario, quando c’era da parlare in pubblico o presso la commissione ambiente del Senato, Bassolino riusciva a magnificare l’esperienza gestionale sui rifiuti in Campania arrivando a definirla «un modello di sviluppo tecnologico».
Questo incredibile modo di fare e non fare un risultato, nefasto, l’ha prodotto: la proliferazione di «siti di trasferenza e stoccaggio approntati dai sindaci, autorizzati dal commissario di governo per l’emergenza rifiuti, con conseguenti spese per il loro allestimento e la loro gestione e trasporto, verso siti di smaltimento ubicati all’estero». Milioni di euro, questi sì bruciati nei centri di smaltimento rifiuti. Altri milioni, Bassolino e soci li avrebbero buttati allorché «intenzionalmente procuravano alla Ati affidataria un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente, nell’evitare, stoccando in loco le balle di Cdr prodotte, esborsi economici per conferire le stesse presso altri impianti di recupero energetico esistenti». Anziché aprire gli occhi sull’evidente catastrofe ambientale e rivedere il rapporto con le imprese aggiudicatarie della gara, alla luce «dell’accertata inadempienza contrattuale», Bassolino nicchiava. In soldoni «non impediva, realizzava e consentiva la perpetua violazione degli obblighi contrattuali assunti dall’Ati affidataria, anche di fronte alla evidente e notoria mancata ricezione di tutti i rifiuti solidi urbani prodotti in Campania». Il 23 aprile 2004 a verbale il Governatore optava per lo scaricabarile: «Firmavo le ordinanze è vero, ma non leggevo le carte». Spiegazione da netturbino della politica: «Ho sempre assunto come mia stella polare il principio della separazione tra politica e attività amministrativa, io mi sono occupato solo di scelte strategiche, al resto pensava la struttura amministrativa». A forza di inseguire le stelle, Bassolino ha perso la bussola.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it