In Procura i conti della Croce Rossa di Genova

Il mistero di un sms minaccioso che nessuno ammette di aver spedito

Maria Vittoria Cascino

Una storia di basso profilo per Maurizio Scelli, ex commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, e ora nell’occhio del ciclone per via per via della faccenda delle due Simona liberate a Baghdad con una contropartita politicamente scorretta. Quella che riguarda direttamente Scelli, a Genova, è una storia di rapporti personali che fanno acqua da tutte le parti. Che stringono sull’altra faccia di chi non si rassegna a mollare la ribalta. Questa storia la racconta Maria Piacentino Peter, ex commissario del comitato provinciale della Cri di Genova. Ex perché sollevata da Scelli il 22 giugno scorso «senza nemmeno gli otto giorni», ironizza Maria, con un amaro in bocca che le scioglie la lingua. Lei, scelta da lui per «traghettare la Cri in questa delicata fase precedente la tornata elettorale di metà settembre che deve rinnovare profondamente lo storico sodalizio». Appunto, persona fidata, esperta e precisa. Forse troppo. Perché il naso tra quelle carte che adesso sono depositate alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Genova c’è l’ha infilato. Dal 12 dicembre 2004, quando nelle more della nomina del nuovo commissario locale, Scelli non conferma l’allora facente funzione, ma insedia la dottoressa Piacentino Peter. Una nomina inattesa, tanto da scatenare una campagna ostile nei suoi confronti. «Io vado avanti - racconta Maria -. Faccio quello che recita lo statuto. Leggo le carte e attivo una serie di verifiche e controlli volti a stabilire corrette regole di gestione. E soprattutto, in vista delle elezioni, mi accerto che i comitati locali siano in regola con i requisiti, ossia se i soci attivi abbiano pagato la quota sociale da almeno due anni».
Si scatena l’inferno. «Sento Scelli per telefono, scherzando mi dice se è il caso di cambiare i commissari ogni sei mesi. I comitati locali gli stanno facendo pressioni contro di me».
Non è finita. Una carta tira l’altra e salta fuori «un cellulare pagato dal Comitato Provinciale, senza richiesta della Cri di autorizzare l’addebito di tale utenza, in uso privato al figlio di un ex commissario». Informa con lettera Scelli delle condizioni generali di criticità. Niente. Lo vede solo in tivù. A inseguire i riflettori degli inviati da tutto il mondo. A darsi da fare puntando a ipotetiche cariche. Però lui ignora un suo commissario che chiede un intervento in sede di verifica. Che promette di consegnare tutto alla Corte dei Conti se qualcuno non si schioda. E per tutta risposta lei si sente sussurrare che «i panni sporchi si lavano in famiglia».
Brutta storia. Proprio là, dove prima di tutto c’è la persona, non il protagonismo mediatico. Intanto circola un sms sui cellulari di servizio: «Il diavolo fa le pentole e non i coperchi e me lo ritrovo anch’io: "Fate anche solo mezzo sospiro e vi terrete per sempre l’attuale commissario. Non accetto ricatti e non voglio mi sia fatta fretta. Mi sto dando da fare”. Arriva dal cellulare di Scelli. Che l’abbia scritto un altro? Chissà... Un rapporto anomalo e discutibile quello con i suoi commissari locali con cui - insiste Maria Piacentino Peter - Scelli mette in discussione la mia nomina. Gli scrivo per avere spiegazioni e non ricevo risposta. Vado avanti lo stesso». Il 20 giugno Scelli la solleva dall’incarico: «Con un’ordinanza durissima. Non una parola, un confronto, un chiarimento. Prende per buona una lettera firmata da 18 comitati locali con allegate firme che alcuni dicono di non aver mai apposto su quel documento accusatorio». Che le costerà la rimozione. «Perché tutta questa fretta? In fondo mancavano solo in paio di mesi alle elezioni». Intanto Maria Peter denuncia alla Procura della Repubblica di Genova i diciotto firmatari «per falso, diffamazione e quant’altro si potrà evincere dai documenti». Dicono i detrattori: non è niente, solo una parentesi locale, infinitesima. Anche se, replicano altri, riguarda la «intoccabile» Croce Rossa, e può far riflettere ai più alti livelli. Che non potranno più ignorare questa «rottura di scatole» se vogliono continuare a giocare (e vincere) le loro grandi partite.