Procura di Napoli, bufera sui pm. Il loro capo li attacca: "Fanatici"

APPELLO Quattro deputati Pdl invocano l’intervento del Guardasigilli: «Alfano mandi ora gli ispettori»

Roma - Mentre sul futuro del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino pesa l’ordinanza con cui i magistrati partenopei ne chiedono l’arresto, emerge che proprio in quella Procura si addensano non poche ombre. A invocare al Guardasigilli Angelino Alfano di dissiparle sono ora quattro deputati del Pdl: Giorgio Stracquadanio, Manlio Contento, Giancarlo Lehner e Silvano Moffa. I quali chiedono una «ispezione al fine di verificare la fondatezza di gravi rilievi espressi dal procuratore generale Vincenzo Galgano sul modo di amministrare la giustizia da parte di alcuni Pm napoletani».
Galgano, in una recente intervista al Corriere del Mezzogiorno, non era andato per il sottile su molti «suoi» inquirenti: «Ci sono Pm che perseguono interessi personali; il fanatismo di questi magistrati provoca sofferenze alla gente e alla collettività; gli altri hanno cento cavallucci, noi dieci stalloni di razza ma 90 asini». Su un centinaio di pubblici ministeri, decisamente una media inquietante. La più alta carica della magistratura inquirente nel distretto di corte d’appello di Napoli, con le sue dichiarazioni, aveva provocato un terremoto nei suoi uffici. Era intervenuto in seguito a un aspro scontro tra alcuni sostituti e il capo dei Pm, in merito alla decisione di stralciare dall’inchiesta sui rifiuti le posizioni del sottosegretario Guido Bertolaso e del prefetto di Napoli Alessandro Pansa, poi scaturite in una richiesta di archiviazione per i reati più gravi. Decisione che non era piaciuta affatto all’ala sinistra delle toghe, capeggiata da Magistratura democratica. Da Md erano partite critiche pesantissime. Nero su bianco: «Md ritiene di dover denunciare l´irritualità della revoca del provvedimento adottata dal procuratore e di stigmatizzare l’anomala situazione processuale scaturita dalle determinazioni adottate». Irritualità. Situazione anomala. Parole pesanti, su cui il Pg Galgani ha detto la sua in un colloquio-bomba: «Ho letto il documento di Md. Toni irritanti. Dichiarazione irragionevole. Fossi in loro lascerei perdere, non gli conviene...». E ancora: «I colleghi di Md hanno trascurato di considerare che chi esercita la funzione giudiziaria deve obbedire alla propria professionalità e alla propria coscienza. E si dimentica, o si vuole dimenticare, che la parola finale spetta a un giudice, non a questo o quel Pm». Poi, l’amara constatazione, vera e propria tirata d’orecchie ad alcuni inquirenti: «Ci sono casi in cui la certezza delle proprie idee diventa fanatismo. E uno degli effetti di questa eccessiva sicurezza è quello di non percepire le opinioni degli altri, di entrare in un meccanismo di irrealtà e di errore, insistendovi». Poi l’affondo: «Il fanatismo di questi magistrati provoca sofferenze alla gente e alla collettività. È un costo che i cittadini devono pagare all’autonomia della funzione giurisdizionale». Frasi amare anche sul livello di preparazione dei magistrati: «È intollerabile anche l’indifferenza mostrata da gran parte dei magistrati per i tempi della loro attività. Questo è un aspetto della professionalità che trovo peggiorato». Magistrati meno bravi di quelli di quelli ieri? «Il calo di qualità non è né inferiore né superiore a quello di tutti gli ambienti professionali. Però c’è stato, anche se compensato da alcune eccellenze. È la storia del nostro Paese, del Sud in particolare. Gli altri hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma 90 asini». Nell’intervista, pubblicata il 15 ottobre scorso, anche un accenno a Nicola Cosentino, in attesa da un anno di sapere se colluso con i Casalesi: «Per quel che mi riguarda, allo stato è una persona nei cui confronti non ho nulla da ridire».
Apriti cielo: 72 Pm napoletani sono andati su tutte le furie, bussando alla porta del Csm con in mano un documento di fuoco proprio contro il loro Pg. Insomma, una Procura zeppa di veleni. La richiesta di un’ispezione degli onorevoli pidiellini non è strettamente legata all’inchiesta sul sottosegretario Cosentino ma è di certo sintomatica delle tossine che circolano in quel palazzo di giustizia. Sede alla quale lo stesso Cosentino si era più volte rivolto per essere sentito, senza tuttavia essere accontentato.