La Procura protegge il testimone del caso Cucchi: trasferito in comunità

L'immigrato senegalese ha raccontato ai magistrati che indagano sulla morte del detenuto, di aver visto gli agenti della polizia penitenziaria pestare a calci e pugni il giovane geometra nei sotterranei del Tribunale

In carcere non poteva più rimanere. Troppo pericoloso per lui, immigrato africano e clandestino, dopo aver raccontato ai magistrati di aver assistito dallo spioncino della sua cella di sicurezza al pestaggio di Stefano Cucchi, restare a Regina Coeli esposto a possibili ritorsioni dei colleghi degli agenti accusati. La sua testimonianza è fondamentale per l'inchiesta sulla morte del detenuto. Andava protetto e un semplice trasferimento in un altro penitenziario non sarebbe stato sufficiente a salvaguardarlo. Per questo la Procura ha disposto che S.Y., il supertestimone senegalese del caso Cucchi, fosse spostato in una comunità per tossicodipendenti nelle vicinanze di Roma agli arresti domiciliari. Un modo per tutelarlo dalle pressioni che avrebbe potuto subire fino all'incidente probatorio, che si terrà la prossima settimana, nel corso del quale la sua testimonianza verrà «cristallizzata» e assumerà valore di prova in un eventuale processo. Per i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy - che hanno indagato per omicidio preterintenzionale tre agenti di polizia penitenziaria e per omicidio colposo tre medici della divisione penitenziaria dell'ospedale Pertini - l'immigrato in carcere avrebbe potuto «subire pressioni psicologiche finalizzate alla ritrattazione ovvero al mutamento delle precedenti dichiarazioni anche in relazione allo stato di detenzione tuttora perdurante».