La Procura rinuncia all’arresto di Penati

Resteranno a piede libero Filippo Penati e Giordano Vimercati, i principali indagati dell’inchiesta sulle tangenti rosse a Sesto San Giovanni: come preannunciato nei giorni scorsi, la Procura di Monza ha ufficialmente revocato il ricorso che puntava a spedire i due esponenti del Pd dietro le sbarre per i reati di concussione, corruzione e finanziamento illecito dei partiti. Il tribunale del Riesame di Milano avrebbe dovuto esaminare venerdì prossimo la richiesta dei pm monzesi Walter Mapelli e Franca Macchia che insistevano per la custodia cautelare in carcere. Ieri, invece, è arrivata la retromarcia dei pm. Che suscita il commento critico del capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: «Quando l’imputato è rosso il magistrato indossa i guanti bianchi. In altri casi, se il colore non è quello giusto, si procede invece immediatamente con il carcere preventivo a gogò».
Non che Penati e Vimercati per la Procura siano diventati improvvisamente innocenti: tutte le imputazioni - dalla vicenda Falck, alla Marelli, all’Atm, alla Serravalle - per i pm rimangono ancora in piedi e sorrette da prove precise. Ad essere venute meno, ritengono Mapelli e la Macchia, sono le esigenze investigative e i rischi di inquinamento delle prove, visto che negli interrogatori affrontati nei giorni scorsi, entrambi gli inquisiti non si sono limitati «a generici dinieghi di responsabilità», ma hanno fornito «una propria articolata ricostruzione dei fatti», indicando «persone» e producendo anche dei documenti «a sostegno delle rispettive versioni». Inoltre l’autosospensione di Penati dagli incarichi di partito rende improbabile, secondo la Procura, che possa tornare a commettere reati della stessa specie. Il carcere, insomma, è divenuto superfluo.
In realtà, dietro la mossa della Procura monzese c’è soprattutto il timore che il Tribunale del riesame ridimensionasse - come aveva già fatto il giudice preliminare nel luglio scorso - le imputazioni a carico di Penati. Il rischio riguarda in particolare le tangenti sull’area Falck. Se anche il tribunale avesse deciso che si trattò di corruzione e non di concussione, il reato sarebbe stato prescritto. E poiché (nonostante gli annunci pubblici) Penati alla prescrizione non ha ancora rinunciato, l’inchiesta avrebbe perso uno dei suoi piatti forti.