La Procura rivela: «A Chinatown tribunali fai-da-te»

Il pm Rossana Penna: «Le gang hanno ripreso a spadroneggiare Aggressioni, estorsioni e rapine tra i reati più commessi»

Per cinque anni ha studiato usi e costumi dell’Impero, i fascicoli che passavano dalla sua scrivania erano intestati a impronunciabili nomi cinesi, ogni reato dal più banale furto di chincaglierie in via Paolo Sarpi al più efferato degli omicidi della Chinatown milanese finiva per competenza tra le sue mani. Per cinque anni Rossana Penna, la «pm dei cinesi» (ora trasferita alla Direzione distrettuale antimafia) si è buttata a capofitto nell’arduo lavoro di smantellare alleanze criminali, seguire illeciti percorsi di denaro e soprattutto aprire un varco nel muro di omertà e diffidenza che caratterizza questo popolo.
Un lavoro non facile.
«Un lavoro durissimo, si possono impiegare ore solo per leggere le notizie di reato e capire nomi e parentele».
In questi cinque anni che situazione ha trovato nel quartiere di Chinatown?
«Abbiamo messo dentro un sacco di gente. I reati maggiormente commessi sono aggressioni, accoltellamenti, estorsioni, sequestri lampo di persone, rapine e sfruttamento della prostituzione. Tutti ai danni di connazionali. È un popolo chiuso, anche in questo».
Anche a Milano ha avuto a che fare con le terribili gang cinesi? «Sì e da quello che mi risulta hanno ripreso a spadroneggiare nel quartiere».
È un popolo omertoso?
«Sì. Nell’immediatezza del fatto sono pronti a parlare, poi ritrattano e magari durante il processo sconfessano quello che avevano detto. Per paura di ritorsioni o perché tra di loro hanno già trovato un accordo».
Ci sono dei mediatori all’interno della comunità?
«Hanno una sorta di tribunale interno per risolvere le questioni, soprattutto economiche. Ci sono dei saggi ai quali la comunità cinese si rivolge in caso di disaccordi. Arbitrati attraverso i quali evitano il ricorso al tribunale italiano. Molte questioni tendono a risolverle al loro interno. Certo poi un fatto di sangue, un omicidio o un accoltellamento sono difficili da nascondere. Va detto anche che a Milano esiste anche una classe sociale cinese più illuminata che invece non coltiva l’isolamento, però sono i cinesi che hanno un certo tipo di lavoro, magari hanno una laurea, insomma sono già arrivati».
Sono quelli che hanno già fatto i soldi.
«Esistono famiglie cinesi che in effetti hanno raggiunto una ricchezza ragguardevole. Possiedono immobili, hanno affari in Italia, ma con un piede anche nella madrepatria. Sono famiglie monitorate dagli investigatori per capire che tipo di affari fanno e dove investono il denaro. È il sogno di ogni cinese quello di avere un’attività propria e di fare tanti soldi».
L’aspetto dei cinesi che in questi anni l’ha stupita di più?
«La loro resistenza al lavoro. Per loro è normale lavorare 14-16 ore al giorno, fa parte del loro retroterra culturale. Lo scopo di ogni cinese è di mettere in piedi un’impresa. Per farlo all’inizio aprono i laboratori nei sottoscala, dormono lì dentro. Per loro è considerato un normale sacrificio. E poi si fanno prestare i soldi dai familiari. Tutta la famiglia contribuisce. Anche questo è un fatto normale. Ma nessuno creda che per i soldi un cinese sarebbe disposto a vendere sua madre. I legami familiari non si fondano solo sui soldi, ma anche su valori affettivi profondi».
Nostalgia ora che lavora all’Antimafia?
«Diciamo che il prossimo viaggio che farò sarà in Cina».