La Procura si assolve: «Non avevamo prove»

(...) di fatto sotto inchiesta. Diversi giornali nazionali (anche se qualcuno ha «nascosto» la notizia) hanno puntato l’indice contro una giustizia che non ha funzionato e il caso di Genova è tra i tre più clamorosi su cui occorre riflettere. Il ministero di Grazia e Giustizia sta raccogliendo materiale sul loro comportamento, il guardasigilli Clemente Mastella ha chiesto ai suoi ispettori di capire come e perché Luca Delfino non sia stato arrestato l’anno scorso, quando era il principale e l’unico sospettato per l’omicidio di Luciana Biggi, la sua ex fidanzata sgozzata nei vicoli con un coccio di bottiglia. I genitori di Maria Antonietta Multari, uccisa venerdì a coltellate per le strade di Sanremo dallo stesso Delfino, invece l’atto di accusa lo fanno ancora più esplicito. Ed è un atto di accusa per omicidio: «Il vero assassino è il magistrato». Prendono fiato Rocco e Rosa Multari, poi ripetono il concetto: «Prima ancora che con quel pazzo criminale, devono fare giustizia con il giudice, perchè è lui il vero assassino di nostra figlia». Il riferimento è diretto, il destinatario è il pubblico ministero Enrico Zucca che aveva coordinato le indagini per l’omicidio di Luciana Biggi. Papà Rocco insiste su un concetto: «Sono persone che fanno i giudici soltanto per lo stipendio».
Enrico Zucca, il pm, non parla. Risponde per lui il capo della procura genovese, Francesco Lalla, che già venerdì, subito dopo aver appreso del delitto di Sanremo, aveva voluto allontanare le responsabilità dal suo sostituto, comprendendo che le polemiche sarebbero arrivate roventi. «Non potevamo trattenere l’indagato in carcere. C’erano molti indizi, elementi di forte sospetto, ma mancava la prova», spiega Lalla. Eppure la polizia era stata chiara, aveva insistito sul tutti i «gravi e concordanti» indizi raccolti. Il pm Zucca aveva deciso di non firmare la richiesta di arresto. «Se avessimo incarcerato una persona che si fosse poi rivelata innocente tutti si sarebbero scagliati contro di noi. Sul caso abbiamo lavorato con scrupolo e attenzione. Però è inutile negarlo, prove vere non ce n’erano - aggiunge il capo della procura -. Quelle che avevamo non sarebbero state ritenute sufficienti dal giudice per le indagini preliminari». Che, appunto, è colui che ha il compito di stabilire se le accuse del pm reggono o meno. Il pm, quella volta, aveva ritenuto che quegli elementi non fossero neppure sufficienti per sottoporre il caso al gip. E che le certezze della polizia non fossero sufficienti. «La polizia - spiega Lalla - ha un compito diverso. Noi dovevamo decidere in base agli elementi concreti raccolti. Nella ricostruzione dei movimenti di Delfino c’era un buco di un’ora, gli esami scientifici non avevano provato la sua colpevolezza. Anche la definizione di “persona pericolosa” non basta a provare che si tratta di un omicida. Non potevamo trattenerlo in carcere. Ora è troppo valutare i fatti di allora alla luce di quello che è accaduto dopo».
Il dubbio se lo è posto però anche il ministro Mastella, che ha chiesto accertamenti. E soprattutto ha chiesto di esaminare i fascicoli dell’inchiesta-Delfino. E a questo proposito, il procuratore capo di Genova non sembra affatto preoccupato. È in ferie e spiega che se ne occuperà al suo rientro. «fare accertamenti rientra nelle prerogative del ministro, che ha diritto di fare questa richiesta. Non abbiamo nessun commento da fare in merito e siamo tranquillissimi».