Il procuratore Caselli processato da Grillo e Fazio dopo gli scontri in Val di Susa

S’indignano, secondo la moda di questi tempi, e si fanno tutti la stessa domanda: ma come, Gian Carlo Caselli (nella foto) non era il procuratore che ha combattuto Cosa nostra? Non è stato lui l’artefice del processo Andreotti? E non è stato sempre lui a costruire accuse su accuse contro Berlusconi e tanti altri leader politici e colletti bianchi, meglio se collegati al centrodestra? Sì, certo che è lui, solo che questa volta l’eroe nazionale, l’icona di tanta sinistra, il guru dei salotti à la page, se l’è presa con gli attivisti dei centri sociali, ha chiesto e ottenuto l’arresto due donne che avevano partecipato agli scontri del 9 settembre in Val di Susa, in quella terra che è ormai diventata un laboratorio eversivo e un terreno fisso di scontri fra battaglioni di No Tav e forze dell’ordine. Non solo, fatto inaudito, il procuratore di Torino si è presentato in aula per chiedere al tribunale del riesame la conferma degli arresti. Caselli non doveva farlo. È bastato questo per scatenare reazioni violente e per buttarlo giù dal piedistallo dell’ammirazione incondizionata.
Fabio Fazio dà la sua solidarietà a Nina e Marianna, i centri sociali affidano alla rete messaggi e gridano: «Nina e Marianna libere». Beppe Grillo, che ha fatto dell’inquietudine e del disagio della Val di Susa un proprio avamposto, scrive una lettera a Caselli in cui si stropiccia gli occhi: «Tu quoque». Manco fosse Cesare pugnalato da Bruto. Due pesi e due misure. La standing ovation quando si colpisce dall’altra parte dell’emiciclo, la rabbia quando vengono toccati gli amici, presunti intoccabili al disopra della legge.
Nina e Marianna vengono arrestate dopo l’ennesima giornata di scontri, il 9 settembre. In Val di Susa si sono raggiunti livelli di violenza impressionanti. Si lanciano biglie di ferro, perfino bottiglie colme di ammoniaca, direttamente in faccia agli agenti. E i paesini della valle sono il luogo in cui si sta facendo le ossa una nuova generazione di facinorosi, gli stessi - almeno in parte - entrati in azione sabato a Roma. Le due donne non verrebbero inchiodate da filmati o altre prove specifiche, ma vengono ammanettate per concorso morale nei disordini. Per la procura guidata da Caselli, lo stesso Caselli che negli anni Novanta era il campione della guerra a Cosa nostra, ci sono elementi più che sufficienti per mandarle in carcere e lasciarle in cella. Il 22 settembre il procuratore in persona si presenta in aula e sottolinea la pericolosità della coppia: potrebbero reiterare il reato. Per questo devono rimanere dentro.
Com’è possibile? Il campione dell’intransigenza contro i fieri antagonisti che combattono il sistema? Fabio Fazio si mobilita, la rete registra la «persecuzione» delle poverette che, naturalmente, non avrebbero fatto nulla di nulla, sono incensurate, hanno mariti e figli, vogliono un mondo migliore e ce l’hanno solo con quel drago che sputerà veleno addosso agli abitanti. Beppe Grillo scrive addirittura una lettera che trabocca stupore al procuratore. «Sono sgomento. Lei è un eroe nazionale» e invece se la prende con quelli che vogliono fermare «un’opera sostanzialmente inutile». Il monumento nazionale non c’è più, la bandiera può finire nella polvere, i successi nel contrasto a Cosa nostra, cominciando dall’arresto del capo dei capi Totò Riina, possono essere archiviati.
Caselli va avanti per la sua strada. Non s’è piegato al terrorismo, figurarsi se lo spaventano i proclami dei siti come Indymedia o e le tirate del comico-predicatore, leader del Movimento 5 stelle. Il tribunale del Riesame intanto scarcera le due ragazze, anche se conferma la gravità degli indizi raccolti. Sono pericolose e sono libere, per la gioia dei loro compagni. Escono nel tripudio generale. Caselli è solo un’immagine sbiadita.