Il procuratore: Woodcock? Ecco le inchieste "col trucco"

Potenza, il pg Tufano denuncia al Csm i metodi
del pm di Vallettopoli: si è creato una procura
"autogestita" a discapito della libertà altrui. Salvo Sottile è stato
inserito "ad arte"
nell’indagine su
Vittorio Emanuele

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
nostri inviati a Potenza

Una requisitoria spietata. Che porta per una volta idealmente alla sbarra Henry John Woodcock, uno che di solito è più a suo agio se sta dall’altra parte. Il 19 marzo scorso, di fronte al Csm, il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, viene chiamato a dire la sua sul clima avvelenato nel palazzo di giustizia lucano. E il Pg non si fa pregare. I suoi strali sono per il procuratore capo Giuseppe Galante, che si dimetterà poco dopo, per il pm Vincenzo Montemurro e per il gip Alberto Iannuzzi. Ma soprattutto, per Woodcock. Descritto come poco attento all’altrui privacy, ma anche all’altrui libertà, e molto, troppo attento a conquistare visibilità. A costo di crearsi una struttura autogestita.
L’enclave di Henry John
Sul punto, un «fatto gravissimo», Tufano è tanto diretto quanto duro. «Il dottor Woodcock - attacca - si è creato una procura dentro la procura, un’enclave impenetrabile di pretoriani suoi, fatti di vigili urbani e di polizia stradale. Un’enclave impenetrabile allo stesso procuratore. Porte chiuse. Fedelissimi che danno conto solamente a lui». Per Tufano l’utilizzo dei vigili urbani è «uno schiaffo alle forze dell’ordine», perché «è come se le investigazioni le dovesse fare una polizia privata, sua, per sfiducia nei confronti di carabinieri, gdf e polizia». E a titolo di esempio degli effetti della «procura privata» di Woodcock, Tufano ricorda il Savoiagate: «Quando c’è stato il caso Savoia, il procuratore Galante non sapeva assolutamente niente». A dirglielo a giochi praticamente fatti è Woodcock, secondo Tufano, che ricorda il pm rivolgersi a Galante in corridoio in questi termini: «Procurato’, allora l’arrestamm a stu fetentone do Re?».
Nei secoli nemici
Quanto ai rapporti con le forze dell’ordine, rammenta ancora il Pg, Woodcock nelle sue inchieste ha indagato molti pezzi grossi dell’Arma, aprendo un fronte di scontro con i carabinieri. Sono finiti indagati o arrestati (in inchieste poi archiviate) il generale Stefano Orlando, poi passato al Sisde, l’ex comandante generale dell’Arma Guido Bellini, il comandante provinciale Blangiardo. «Woodcock - continua Tufano - ha intercettato perfino i carabinieri, ma a livello di capo di Stato maggiore regionale, Improta, e del comandante provinciale. E li ha intercettati mentre la mia procura generale, insieme ai carabinieri, faceva un’inchiesta delegata proprio sulla procura della Repubblica. Un fatto estremamente grave di cui ho dato conto nelle mie relazioni», conclude il Pg. Che snocciola l’ultimo motivo di contrasto tra procura e Arma. Un’indagine durata 18 mesi, «il massimo delle proroghe», a carico del comandante provinciale Polignano, che «aspirava a diventare comandante dell’aliquota carabinieri». Nel fascicolo «quasi niente», però «gli hanno bruciato la candidatura». La storia finisce «come finiscono tante cose della procura di Potenza, con un’archiviazione», dice Tufano, ricordando che persino per «firmare lo stampato di accoglimento» il gip Iannuzzi ci ha messo altri sette mesi».
Il gip copia e incolla
Già, Iannuzzi. Il rapporto tra Woodcock e questo gip, dice Tufano, è «un grumo che deve essere chiarito». Troppo automatico il passaggio dalle richieste all’ordinanza. «C’è la richiesta di un arresto e c’è un gip che la concede, e questo gip è Iannuzzi», ricorda il Pg a proposito dell’arresto (poi annullato) del presidente della camera penale di Basilicata Piervito Bardi, «e lì c’è un copia-incolla che io ho già denunciato pubblicamente (...), perché la libertà della gente è sacra». Altra vicenda significativa è la «sequenza» del Savoiagate. «Il 29 maggio parte questa richiesta di 2.200 pagina, 30-40 faldoni (...) e in 17 giorni il giudice Iannuzzi esamina 30-40 faldoni e scrive un’ordinanza di 2.300 pagine. In 17 giorni. Tutto è possibile. Se però si confrontano ordinanza e richiesta, si vede ancora una volta che è il copia/incolla del cd-rom. Tra questo sostituto e Iannuzzi passa il cd-rom... ».
Il «trucco» Sottile
Proprio nel Savoiagate Tufano individua molte anomalie nell’operato di Woodcock. Il Pg rivela un retroscena nella vicenda dell’ex portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, finito in manette per iniziativa del pm potentino. Per Tufano Woodcock l’ha infilato ad arte nel tritacarne dell’inchiesta.
«Quella - mette a verbale nell’audizione a Palazzo dei Marescialli - è una vicenda particolarissima. Le telefonate che riguardavano questo signor Sottile, poche, si fermano nel maggio di un anno prima. A quel punto, il pm avrebbe dovuto raccogliere queste cose, iscrivere il Sottile e mandare le carte a Roma». Ma Woodcock no. «Lo iscrive un anno dopo - insiste il Pg - per immetterlo nel calderone Savoia, lo arresta prima, poi mandano le carte a Roma». E l’affaire Savoia, prosegue il procuratore generale, contiene «un altro aspetto grave», ossia quello dei «poveracci che non c’entrano niente con le indagini ma che si ritrovano con i nomi sui giornali, con il trucco». Un «trucco» che consiste nel mettere nella richiesta anche elementi poco attinenti all’indagine, e poiché la richiesta del pm quando arriva al gip «viene trasfusa direttamente e diventa ordinanza», il gioco è fatto. E i «poveracci», spiega Tufano, «vanno sui giornali per cose che non hanno niente a che vedere con l’indagine e si generano degli effetti terribili, negativi: famiglie lacerate, reputazioni distrutte». Qualche esempio? «Caso Savoia: vanno nella richiesta di misura cautelare i colloqui della moglie di Fini, ci va a finire D’Alema, come colui che avrebbe portato i soldi all’estero. Bruno Vespa, la Saluzzi. Persino Piero Grasso, il procuratore antimafia».
Taci, il pm ti ascolta
In 36 mesi 129 anni di intercettazioni e 7 milioni di euro di spesa. È nota la passione per l’ascolto di Woodcock, ma il Pg rivela un «fatto grave»: «Ha intercettato i colloqui tra i difensori e i loro difesi», nascondendo cimici in una saletta. Altro dettaglio inquietante: 30 faldoni di «atti di risulta», in gran parte intercettazioni telefoniche tra privati, mandati al macero da Woodcock finirono in una discarica «dove chiunque avrebbe potuto prenderle e leggersele».
Un debole per i Vip
Tufano si fa infine qualche domanda sulla «spinta ad avere notorietà» di Woodcock, oltre che sulla «disinvoltura per la libertà delle persone, Vip in questo caso» che il pm manifesta. Il riferimento è alla richiesta, nel 2002, dell’«autorizzazione per la cattura di due deputati», Angelo Sanza di Fi e Antonio Luongo dei Ds. La Camera «ovviamente» rigettò, ricorda Tufano, ma «se fosse dipeso da Woodcock sarebbero dovuti andare a finire in galera». Sul mancato arresto di Luongo il Pg ha un altro aneddoto al vetriolo, che riguarda la richiesta di archiviazione per il deputato, in cui Galante, Montemurro e Woodcock, scaricano la «colpa» del nulla di fatto sull’innovazione legislativa, con l’entrata in vigore della Pecorella. «Ma se il Riesame in tutti quei casi ha detto “qua addirittura non c’è nemmeno la motivazione”, se la Cassazione ti dice che non c’è niente, tu vuoi dare la colpa del fatto che non c’è niente... alla legge?». La passione per i Vip del pm anglonapoletano torna nelle parole del Pg quando questi ricorda al Csm che nel 2003 Woodcock indaga «Sergio D’Antoni, Franco Marini, Flavio Briatore, Tony Renis, Umberto Vattani, Anna La Rosa e Gasparri». «Ho letto che c’è stata archiviazione - chiosa Tufano - ma lui chiede, per esempio, la cattura di Tony Renis, e i domiciliari per Anna La Rosa. Il gip Romaniello gliele rigettò, ma se fosse stato per lui queste persone erano meritevoli di cattura».