Le Procure continuano a farsi la guerra E Lavitola paga: "Deve essere arrestato"

Il gip di Bari sconfessa il pm e ordina l’emissione di un nuovo mandato
di cattura. L'accusa aveva detto no al carcere per Lavitola 24 ore fa: "La vicenda è confusa". Bocciata anche Napoli. E ora Roma vuole sentire il premier
come teste per l’estorsione

Sono andati in tilt. Tutti. Procuratori capi, aggiunti, pubblici ministeri, gip, giudici del Riesame. Anche gli avvocati fanno fatica a star dietro alle decisioni contraddittorie delle toghe, per non dire degli indagati e dei testimoni come Berlusconi che presto - è notizia di ieri - verrà ascoltato a Roma su un’estorsione a cui nessuno crede più. L’inchiesta su Valter Lavitola ha mandato in cortocircuito tre uffici giudiziari (Napoli, Roma e Bari) mettendoli gli uni contro gli altri. Una cosa mai vista prima, con giudici che smentiscono pm che, a loro volta, indagano su una stessa vicenda ipotizzando titoli di reato diversi da città a città.

Partiamo da Bari dove l’ennesima novità porta la firma del gip Sergio Di Paola che ha rigettato la richiesta di revoca della misura cautelare per l’editore de L’Avanti! avanzata dalla procura. Ciò significa che nei confronti di Lavitola il giudice barese ha ravvisato «gravi indizi» di colpevolezza per il reato, ridisegnato dal Riesame partenopeo su assist dei pm di Lepore, di induzione alla falsa testimonianza ai danni di Gianpaolo Tarantini.

Gravi indizi che, però, per il pm, non sembrano esistere, visto che solo 48 ore prima l’aggiunto Pasquale Drago aveva scritto che «nessuno è riuscito a capire esattamente come si sono svolti i fatti» e che, dunque, era meglio andare coi piedi di piombo prima di mandare in galera chicchessia. Per di più, il gip, nel suo provvedimento, parla anche di «esigenze cautelari» in relazione allo status di latitanza di Lavitola, considerata alla stregua di un’aggravante anche se, per la legge italiana, sottrarsi alla cattura è diritto di ogni indagato. La decisione di Di Paola smentisce, quindi, una volta di più l’indagine originaria condotta da Napoli fondata sull’estorsione al premier. Un procedimento in cui si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Un procedimento in cui il gip di Napoli - nel giro di appena un mese - ha firmato tre mandati d’arresto (Lavitola, Gianpi e sua moglie, Angela Devenuto) salvo poi accorgersi dell’errore e mandare la donna ai domiciliari, perché madre di una bimba piccola, e trasferire l’intero fascicolo alla Procura di Roma per competenza territoriale.

Nel mezzo, c’è stato pure il ripensamento da parte dei pm napoletani sul reato da contestare, passato da estorsione a induzione alla falsa testimonianza. Riformulazione condivisa dal Riesame che, con tante scuse, ha liberato Tarantini dopo un mese di carcere, ha «assolto» la consorte e ha chiamato in causa Berlusconi (che, fino a poche ore prima, era la vittima della presunta estorsione) «suggerendo» ai colleghi di Bari, destinatari naturali del fascicolo, di indagarlo, insieme a Lavitola, per aver pagato Gianpi affinché mentisse ai pm pugliesi sulle serate a Palazzo Grazioli.
Che cosa succede ora, dunque? Il provvedimento del gip Di Paola di fatto ha «obbligato» l’aggiunto Drago a chiedere un nuovo ordine di cattura per Lavitola.

Una mossa che, chiaramente, cambierà anche il destino giudiziario del premier, che a questo punto rischierebbe di ritrovarsi «indagato» quale ideatore e finanziatore del piano per impedire a Gianpi di parlare coi pm baresi delle sue «amicizie» femminili. Si chiuderebbe così il cerchio sul proposito iniziale dell’ufficio giudiziario napoletano che, fin da subito, con la scusa della «parte offesa», aveva mirato a incastrare il premier. Cambierebbe il reato, ma il risultato sarebbe lo stesso: colpire Berlusconi, E con lui, magari, anche gli avvocati Perrone e Ghedini che avrebbero concorso con il premier a tappare la bocca a Tarantini.

Ma c’è di più. Nella capitale i pm titolari del fascicolo sui presunti ricatti al premier potrebbero presto sentire Berlusconi come persona informata dei fatti, ma solo dopo aver ascoltato Gianpaolo Tarantini. Un passaggio che, a Piazzale Clodio, ritengono necessario per chiarire tempi e modalità delle famose «dazioni» di denaro a favore di Tarantini, anche se a questo riguardo esiste già la memoria del Cav consegnata ai magistrati romani. Memoria che non vale per Napoli, potrebbe valere a Roma, chissà se varrà a Bari. Per non dire di Lecce, che insieme a Napoli, indaga su Bari...