Prodi accerchiato dall’Unione litiga anche con Bertinotti

Il premier pretende un dietrofront ma il presidente della Camera insiste sull’ipotesi del governo tecnico. E Marini scalda i motori

Roma - È diventata una gara contro il tempo, tra Romano Prodi che vuol resistere e quei settori sempre più ampi della sua coalizione che già guardano al «dopo». E lo preparano.
Dopo l’inaspettata apertura di Fausto Bertinotti a un «governo istituzionale», che ha preso in contropiede gli stessi dirigenti di Rifondazione, tra Palazzo Chigi e Montecitorio ieri si è sfiorato l’incidente diplomatico. Bertinotti, pressato anche dai suoi che gli manifestavano preoccupazione per l’interpretazione che poteva esser data alle sue parole («non possiamo permetterci di sembrare per la seconda volta i killer del governo, come nel ’98: gli elettori ci volterebbero le spalle») ha precisato di non aver auspicato «un governo tecnico» (formula che a sinistra suscita orrore), né tanto meno la caduta di Prodi: «Auspico, anche per correttezza istituzionale, che completi la legislatura».

Da Palazzo Chigi, i collaboratori di Prodi han fatto filtrare un apprezzamento per «il chiarimento di un equivoco». E Bertinotti ha risposto a brutto muso, tramite gli stessi canali informali: «Nessun equivoco da chiarire, chi ha equivocato sta altrove». Perché il presidente della Camera auspica sì che il governo regga, «ma se non dovesse farcela ne servirebbe uno nuovo che lavori per le riforme». Nessuna retromarcia, dunque. L’intervista di martedì sera al Tg1 era tutt’altro che estemporanea, tanto che Bertinotti ha rifiutato di registrarla e ha ottenuto di intervenire in diretta. «Così si evitavano tagli e lui poteva spiegare esattamente il suo pensiero», precisano i suoi. Pensiero che coincide esattamente con quello del capo dello Stato: «Napolitano ha straragione, il suo è un intervento politico con la P maiuscola totalmente corrispondente al suo ruolo», dice il presidente della Camera.

Ma che coincide anche, spiegano in casa ds, col pensiero di Walter Veltroni: il quale, si anticipa, nel suo discorso di sabato al parlamentino del Pd lancerà la sua prima apertura ad una riforma elettorale che viene chiamata ancora «tedesca» ma di teutonico ha poco: proporzionale, sbarramento e premio di coalizione.
Da Palazzo Chigi si scruta con allarme e sospetto il risorgere di quel «triangolo istituzionale» formato da Quirinale e presidenze delle Camere che, con la sponda del Pd, sta manovrando l’offensiva contro le elezioni anticipate, dando quasi per acquisita la sua caduta. E che prepara la rete di salvataggio: «Un governo presieduto da Franco Marini, che faccia la riforma elettorale allargando la sua base parlamentare a Udc e Lega», come spiega un dirigente ex democristiano del Pd che negli ultimi giorni ha avuto modo di parlarne con Giorgio Napolitano. E dalle parti di Bertinotti il ragionamento è più o meno lo stesso: se Prodi cade, non si può andare al voto. Ci vuole un esecutivo d’emergenza («e quando si parla di governo istituzionale, il presidente del Senato è ovviamente il primo candidato») che faccia la legge elettorale e quella parte di riforme costituzionali «su cui Lega e Udc han già votato con noi». E che duri fino al 2009.

Tutto ciò, naturalmente, «se Prodi cade» in un trappolone berlusconiano. Ma anche in caso contrario il premier è avvertito: per avere il sostegno della maggioranza, l’agenda disegnata dal «triangolo» deve diventare la sua. Finanziaria, poi riforma elettorale e nel 2009 si va al voto, sperando di aver scompaginato nel frattempo la Cdl. Ma il premier ha altre idee in testa: «Se si supera gennaio, Romano si riprende il pallino», dicono dalle sue parti. E il primo scherzetto lo farà a Veltroni: Prodi ha dato il suo avallo alla ripresentazione in Finanziaria dell’emendamento Manzione che dimezza i ministri. E toccherà poi al leader del Pd impugnare l’accetta e tagliare 12 delle 17 teste della «sua» delegazione al governo.