Prodi adesso s’illude di ottenere il Quirinale

Ops, caro Granzotto. Lei ieri scriveva che Prodi se ne sta rintanato e silenzioso ed oggi leggo che ha messo fuori il capino ed ha parlato. Come la mettiamo?


La mettiamo che Prodi è dispettoso, ecco come la mettiamo, caro Colabassi. Puvret. Ora prendersela con lui è fin troppo facile. E poi non ha parlato. Ha sborbottato la sua solita tiritera di velenosa aria fritta e quello che aveva sul serio da dire lo ha delegato a quella sagoma di Angelone Rovati, il Dioscuro di Palazzo Chigi (lui è Castore, Polluce è Silvio Sircana). Dichiararsi disposto a sbrigare l’ordinaria amministrazione «per spirito di servizio» è fuffa, fuffa maiuscola. Idem il dirsi «preoccupato per le sorti del Paese». Se lo è davvero doveva pensarci prima, togliendo il disturbo due anni fa. Fuffa velenosa e ipocrita è il dichiarare che «andare alle elezioni adesso è uno sbaglio, una follia, una tragedia». Sbaglio, tragedia, follia sarebbe stata un’Italia ancora sgovernata da lui e dal suo socio Pecoraro Scanio. La cosa interessante, quella uscita dal cuore, l’ha fatta dire da Rovati: per ripagarmi da tanta amarezza, da tante tribolazioni, voglio il Quirinale. E questo anche se dovrò inventarmi qualcosa da fare per far passare i cinque anni che ancora mancano alla fine del settennato di Giorgio Napolitano.
Nel solco del più pedestre gioco delle parti, Castore è stato immediatamente smentito da Polluce il quale s’è premurato di precisare che il Quirinale non è «né al pensiero, né ai progetti futuri del presidente del Consiglio Romano Prodi». Figuriamoci. Che in mancanza d’altro - papato, corona d’Inghilterra, Casa Bianca - l’omarino punti al Colle è cosa nota anche i bambini dell’Oratorio don Bosco. Non saremo certo noi a fargliene una colpa. C’è chi si crede Napoleone e va in giro con lo scolapasta in testa e chi invece è persuaso che gli sia dovuta la carica di Capo dello Stato: il mondo è bello perché vario. Che poi, in quanto presidente della Repubblica, Prodi grandi danni non potrebbe farli. Non più di quanti ne fece Pertini, per intenderci. Però rappresenterebbe la nazione e i suoi cittadini. E qui casca l’asino. Non so lei, caro Colabassi, ma al sentirmi, nell’eventualità, rappresentato da Romano Prodi e al sapere, io che sono un patriota, che lo è anche il mio Paese be’, comincerebbero a prudermi le mani. Si fa per dire, naturalmente. Non che mi pruderebbero le mani, ma che Prodi abbia una sola probabilità su centomila di accedere al Colle. Come nonno egli ha infatti un luminoso futuro e davanti a sé non so quante panchine del parco e piccioni ai quali gettare molliche. Ma come politico, ha chiuso (al massimo, se insiste, Mastella gli può dare la presidenza di una Asl. Al massimo)