Prodi adesso sposa Hamas per convertirla

da Roma

Adesso Romano Prodi scende in campo in prima persona sulla questione che più tormenta la sua coalizione sul fronte della politica estera: il problema dei rapporti con Hamas e le forze radicali in Medio Oriente. Il presidente del Consiglio, quasi casualmente, approfitta della visita a una comunità Onlus durante una pausa nelle sue vacanze toscane per cesellare una di quelle battute che possono sollevare polveroni estivi: «Hamas esiste. È una realtà molto complessa che dobbiamo aiutare ad evolvere perché lavori per la pace». Caspita. Se non altro perché in materia l’Unione si è esposta non poco alle polemiche. Ecco una cronistoria minima. In realtà tutte le prese di posizione del governo in quello scacchiere sono contestate. Tutto inizia il 12 luglio dello scorso anno, quando scatta l’offensiva di Israele contro le postazioni fortificate dei «guerriglieri di Dio» nel sud del Libano. Il governo dell’Unione, all’inizio del conflitto, tende ad assumere una posizione neutrale, con qualche propensione verso il premier israeliano. Alla fine della guerra, meno di trenta giorni dopo, una foto fa il giro del mondo, e suscita un putiferio, anche nel nostro Paese. È quella del ministro degli Esteri Massimo D’Alema che passeggia fra le rovine di Beirut a braccetto con alcuni dirigenti e un deputato di Hezbollah. Un’immagine che vale più di mille dichiarazioni diplomatiche. L’America critica il gesto, qualcuno sospetta che si tratti di un gioco delle parti, D’Alema non si corregge. Quando pochi giorni dopo è il leader del Prc Franco Giordano a dire che «si tratta con chi rappresenta il popolo palestinese e libanese: quindi anche con Hamas ed Hezbollah», si alza il coro dei moderati dell’Unione: «Parole irresponsabili».
Anche il Pdci vanta antiche amicizie con Hezbollah, il leader dei comunisti italiani Oliviero Diliberto è l’unico ad aver incontrato ufficialmente il capo di Hezbollah, Nasrallah. Ma le linee «aperturiste» anche nei confronti delle forze più radicali in quell’area vengono messe in crisi dalla guerra civile interpalestinese. Quando gli uomini di Hamas inseguono i dirigenti di Al Fatah facendo mattanza nelle strade e issando le loro bandiere sui quartieri generali dell’Olp, di nuovo nell’Unione torna a spirare il vento della chiusura totale contro tutte le forze più radicali o di ispirazione islamica.
È quasi clamorosa la presa di posizione del leader dei Ds Piero Fassino, nel suo viaggio in Israele (solo il 7 agosto scorso) dopo un incontro con il presidente palestinese Abu Mazen a Ramallah: «Rafforzare Abu Mazen - spiega Fassino - significa dare slancio anche al processo di pace. Inutile invece in questo momento - chiarisce il segretario della Quercia - fare aperture ad Hamas, non ci sono le condizioni per il suo coinvolgimento». Parole che suscitano il plauso del centrodestra, ma ovviamente anche le critiche della sinistra radicale, e una nota polemica del responsabile esteri del Pdci, Jacopo Venier sottolinea: «Fassino sbaglia: la pace in Medio Oriente deve essere di tutti, una pace separata è solo una illusione».
Insomma, un tira e molla continuo, fino alla sorprendente dichiarazione del premier, ieri, che di fatto sposa le tesi di Verdi, Pdci e Rifondazione: «Serve il dialogo con tutti - spiega Prodi -, la stessa logica che cerco di usare sul discorso di Hamas. Sto aiutando fortemente, lealmente e con energia gli sforzi di Abu Mazen e Olmert per fare gesti di pace che sono difficilissimi. Ma non possiamo avere una pace con i palestinesi divisi - spiega il premier -, lo sanno benissimo anche loro perché è chiaro che non ci sarà una pace di lungo periodo con due Palestine. Hamas esiste, è una struttura molto complessa che dobbiamo aiutare ad evolvere». Adesso chi lo dice a Fassino?