Ma Prodi alza le spalle: bocciatura prevista

Il Professore: «È tutta colpa del precedente esecutivo, siamo certi che i prossimi giudizi saranno di segno positivo»

Gian Maria De Francesco

da Roma

«È tutta colpa di Berlusconi». Il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia e il suo vice non hanno trovato una giustificazione migliore per la bocciatura senza appello di Fitch e di Standard & Poor’s alla Finanziaria. Il resto della maggioranza, anziché optare per l’autocritica su una manovra penalizzante, ha preferito accodarsi all’invettiva antiberlusconiana quasi fosse ancora all’opposizione.
«Si tratta di un allarme ampiamente previsto - ha dichiarato il premier Romano Prodi - e che ci ha spinto ad approntare una Finanziaria rigorosa e impegnativa». Tutto calcolato, quindi, anche la retrocessione allo stesso merito di credito della Grecia. «L’analisi e il giudizio di agenzie di rating internazionali diffusi oggi (ieri, ndr) sulla situazione dell’azienda Italia - ha aggiunto - sono esattamente quelli da noi denunciati dal primo giorno di governo». Anzi, il Professore si è concesso anche un po’ di ottimismo. «Siamo certi - ha concluso - che i prossimi giudizi, quelli cioè che terranno conto delle politiche economiche di questo governo e non di come il Paese è stato lasciato dal precedente, vedranno registrare un segno positivo».
Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha invece voluto controbattere alle accuse mosse nei confronti del governo tacciando di politicizzazione Standard & Poor’s. «Noto - ha affermato - gli apprezzamenti che accompagnano la valutazione sulla manovra espressa da Fitch. Non entro nel merito del giudizio politico che sostanzia il comunicato di Standard & Poor’s. Sottolineo che questa Finanziaria compie la correzione strutturale di una pesante situazione ereditata». Insomma, per Tps la manovra «dà sostegno a importanti programmi di sviluppo e permette di rispettare pienamente gli impegni assunti con l’Unione Europea». In fondo, l’aumento del costo del debito in seguito al declassamento è altra faccenda.
Il superviceministro Vincenzo Visco ha scelto, da un lato, di contestare l’esecutivo precedente e, dall’altro di mettere in dubbio la validità del giudizio delle due agenzie di valutazione. «La decisione - ha detto - è riferita principalmente alla situazione dei conti pubblici creata dal governo precedente. Del resto bisogna ricordare che, appena insediato il governo Berlusconi, arrivò un upgrade da parte delle stesse agenzie. Berlusconi si attribuì il merito, ma quello era il risultato di cinque anni di risanamento del centrosinistra». Visco ha tuttavia omesso di segnalare che di lì a poco Eurostat avrebbe certificato che il bilancio pubblico italiano nel 2001 non si trovava affatto in quelle rosee condizioni. L’esponente diessino non ha accettato di mettersi in discussione. «Noi - ha sottolineato - ovviamente abbiamo qualche capacità di fare i conti e riteniamo adeguata la Finanziaria. Poi il tempo è galantuomo e si vedrà».
Il resto dell’esecutivo non si è molto distanziato da questa linea politica. I tempi in cui le agenzie di rating e l’Economist rappresentavano una sorta di Vangelo è molto lontano. Anzi il sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri (Dl), non si è peritato di ricordare che «qualche società nel recente passato si è già distinta per aver espresso giudizi molto positivi sulla Parmalat poco prima del crac». Il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Prc), ha liquidato il problema come una semplice manifestazione di «pressioni fortissime in atto per modificare in senso negativo la Finanziaria». Come al solito il presidente della commissione Attività produttive della Camera, Daniele Capezzone (Rnp), è rimasto solo nel dichiarare che «occorre ricalibrare il baricentro: meno tasse, più riforme». À côté del solito bailamme di esternazioni bisogna segnalare un silenzio più eloquente di mille parole: quello di Rutelli, D’Alema e Bersani. Anche loro fanno parte del governo Prodi, ma forse ieri non volevano farlo sapere in giro.