Prodi annaspa e spera: qualcuno ci seguirà

Rutelli: «Il nostro contributo condizionato dall’impegno di tutta l’Europa»

Gianni Pennacchi

da Roma

Il nostro governo è assediato dall’isolamento, s’avvicina il 26 d’agosto - data fissata per l’ingresso della forza Unifil nel sud del Libano - ma nessun altro Paese si decide a mandar truppe accanto alle nostre. Così Romano Prodi s’appella ai Grandi del pianeta, ha infatti sollecitato al segretario generale Kofi Annan il contributo «materiale» dei Paesi che siedono nel Consiglio di sicurezza. Intanto il premier ingaggia una sua guerra, che non sembra più fortunata. È la guerra contro i tarli, animali imbattibili come ognun sa: e Prodi ora, deve fare i conti coi tarli del dubbio, che monta nello stesso centrosinistra.
Le consuete confessioni serali che affida a giornalisti e telecamere da Castiglione della Pescaia, ieri han raggiunto il parossismo. «Non resteremo da soli. Non c'è nessuna ipotesi di restare da soli. Si sta lavorando per rafforzare il carattere quantitativo e l'aspetto internazionale della missione. Non è pensabile dire che siamo da soli», cercava di convincere forse e per primo se stesso. Ancora: «Noi abbiamo tenuto fermo il nostro obiettivo, l'abbiamo tenuto fermo con tutte le sbandate e le difficoltà che altri hanno avuto». Di più: «Sta andando avanti tutta l'attività internazionale in vista del vertice dei ministri Ue, al quale parteciperà Kofi Annan» domani, un incontro «di particolare importanza perché adesso un mandato serio e robusto garantisce l'efficacia delle operazioni. Non è come accaduto per altri mandati in passato. Ora ci sarà anche la possibilità di decisioni da parte di coloro che sono sul terreno. Il problema è avere una quantità di forze sufficienti per poter compiere in modo efficace le operazioni di pace». I dubbi di Francesco Rutelli ed altri: «Ho parlato con Rutelli, Fassino, D'Alema, Parisi: si lavora per mettere in opera decisioni che devono essere composte tra di loro. C'è una identità assoluta di vedute».
Identità assoluta? Sarà l’annuncio della Siria che considera «atto ostile» il dispiegamento della forza Unifil ai suoi varchi di frontiera col Libano (richiesto invece da Israele col silenzio/assenso di Prodi), ma il leader della Margherità giudica anch’egli «robuste» le regole d’ingaggio, però mette condizioni alla partenza: «Non è stata l'Italia a farsi avanti: siamo stati richiesti e siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità, ma in un contesto sicuro di vasto impegno internazionale e con un largo consenso del Parlamento oltre che con la forte convinzione del governo». A dimostrazione che intorno al baldanzoso «partiam partiamo» dei nostri ora fioriscono i se e i ma, c’è pure Roberto Villetti, dalla Rosa nel pugno, ad avvertire come «nessuno può immaginare che l’Italia reggerà sostanzialmente da sola il peso della missione».
Però l’Italia è ancora da sola. La riunione tecnica del Cops, ieri a Bruxelles, s è conclusa con un nulla di fatto, pur se il nostro ambasciatore Andrea Meloni ha lanciato un «forte appello» agli altri affinché partecipino alla spedizione in Libano. Si spera che abbia miglior fortuna domani Massimo D’Alema in prima persona, con gli altri 24 ministri degli Esteri Ue, dopo che oggi avrà incontrato la collega israeliana Tzipi Livni. Anche Prodi vedrà la Livni stasera, nella base militare di Grosseto, ma più che buoni intenti non potrà sfoggiare. Del resto ne ha sfoggiati anche alla Cnn, garantendo che «ci stiamo preparando per la missione, speriamo di poter intervenire in tempi rapidi in virtù anche della nostra posizione geografica di vicinanza al Libano». Con la tv americana ha sfoderato l’asso nella manica: «Ho richiesto alle Nazioni Unite che tutti i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza diano il loro contributo non soltanto politico ma anche materiale». Vengano dunque con mezzi e con uomini tutti, non solo Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, ma anche i membri a rotazione: Argentina, Grecia, Qatar, Congo, Giappone, Slovacchia, Danimarca, Perù, Tanzania e Ghana.