Da Prodi un atto di umiltà: andare via

C’era una volta la tradizionale luna di miele tra il nuovo governo e l’opinione pubblica che durava almeno tre mesi. Grazie al governo Prodi anche questa tradizione è stata sfatata. E a dirlo sono gli stessi giornali che hanno spinto metà degli italiani a votare per il centrosinistra. Ma c’è di più. La luna di miele non solo non è mai partita tra governo e opinione pubblica, ma non c’è neanche tra gli otto partiti della coalizione. Ogni giorno che passa, infatti, la maggioranza dà sempre più l’immagine di una banda stonata dove ognuno suona un proprio spartito, l’uno diverso dall’altro, con il direttore d’orchestra ormai impazzito che non sa più quale musica stiano suonando. Chi ci legge sa che siamo lontani mille miglia dalla vocazione della rissa e dell’insulto, e abbiamo sempre accompagnato la critica a tutti i governi con proposte alternative, pronti, naturalmente, a fare ammenda dinanzi a soluzioni più efficienti. Ma ora ci troviamo dinanzi al nulla o, per meglio dire, dinanzi alla confusione su terreni delicatissimi quali la politica estera, l’economia e la giustizia. Il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan che si sta svolgendo sotto la responsabilità della Nato e su indicazione dell’Onu, sta segnando, infatti, il passo e il governo non è stato ancora in condizione di approvare il relativo decreto legge. Nessuno più di noi sostiene la funzione essenziale dei partiti, ma il governo del Paese dovrebbe avere una sua propria capacità di proposta da discutere, poi, con il Parlamento. Immaginare, invece, che prima di ogni provvedimento importante il presidente del Consiglio debba telefonare ai segretari politici degli otto partiti per averne il via libera, come accaduto l’altro giorno sulla missione in Afghanistan, significa decretare la propria fine politica prima ancora di cominciare.
Romano Prodi può ripristinare il vecchio consiglio di gabinetto se vuole il conforto delle delegazioni presenti in questo governo nel quale, peraltro, ci sono quasi tutti i segretari dei partiti di maggioranza. Mettersi al telefono e traccheggiare, invece, significa solo diffondere incertezza e confusione.
La stessa identica cosa sta avvenendo sul terreno dell’economia. Non c’è giorno senza che Tommaso Padoa-Schioppa lanci un allarme sui conti pubblici e sulla fragilità della ripresa economica. E non è ancora sorto il giorno in cui il ministro dell’Economia ci dice come venirne fuori. Anzi, ognuno nel governo ha la sua idea, che in genere è in radicale contrasto con quella degli altri ministri. La Turco dice no ai ticket sanitari, Ferrero dice no ai tagli sociali e a ulteriori prelievi fiscali se non sui redditi finanziari di Bot, azioni e obbligazioni, altri dicono no ai tagli agli enti locali, mentre Giuliano Amato lamenta che il suo ministero non ha i soldi per far funzionare le forze dell’ordine e Di Pietro si appresta a chiudere i cantieri. Non suoni offesa per nessuno, ma questa sembra quasi una coalizione tra sciiti, sunniti e curdi piuttosto che tra partiti italiani che già governano il 70 per cento delle Regioni, dei Comuni e delle Province. Ma non è finita.
La generosa iniziativa politica del nuovo ministro della Giustizia Mastella per un atto di clemenza richiesto quasi da tutti (fanno eccezione An, Lega e Di Pietro) si scontra nella prima riunione della maggioranza di governo con il balbettio e l’incertezza dei Democratici di sinistra, il primo partito della coalizione. Tutto questo mentre infuria come un ciclone devastante la mole di intercettazioni telefoniche, la pubblicazione di conversazioni di persone non oggetto di procedimenti giudiziari, la visione tolemaica della Procura di Potenza, la cui giurisdizione ben presto sarà su tutta l’Europa, e infine le lezioni di morale che un giudice per le indagini preliminari di Potenza, invece di parlare attraverso ordinanze e sentenze, ci impartisce dalle colonne del Corriere della Sera. Siamo, intanto, il Paese più intercettato del mondo e siamo, nello stesso tempo, lo Stato dell’Unione Europea con più forte insediamento della criminalità organizzata, due fenomeni tra loro chiaramente non compatibili.
Cos’altro dobbiamo aspettare, allora, per voltar pagina? La coalizione di maggioranza non ha l’obbligo di governare se non ce la fa. Ha, invece, un altro obbligo, che poi è comune a tutto il Parlamento, e cioè quello di non fare danni irreversibili al Paese. Chi pensa che l’efficacia e l’efficienza di un governo passano per la riduzione della libertà del Parlamento, non sa cosa dice. Nelle pesanti difficoltà come quelle che affannano oggi l’Italia, l’autonoma capacità di iniziativa di un Parlamento libero da ridicoli vincoli di mandato, è la chiave per dare una nuova e più forte stabilità politica al Paese, come ci insegnano le grandi democrazie occidentali. L’umiltà di andar via e il coraggio di cercare nuove soluzioni, sono le due virtù politiche che possono ancora salvare il Paese.