Prodi: «Un blitz inevitabile» E la sinistra lo fa prigioniero

Il Pdci abbassa i toni ma preme per il ritiro, il governo insiste per restare. Fini: «Che ipocriti»

da Roma

Pochi minuti di riflessione prima di dare il «via libera», con la «certezza che qualsiasi altra soluzione sarebbe stata peggiore». Romano Prodi racconta da New York i momenti della decisione del blitz che ha liberato i due agenti italiani in Afghanistan. Un modo per manifestare anche la forte preoccupazione per le condizioni del ferito più grave, e giustificare la scelta presa, con la consapevolezza dei rischi connessi ma anche del fatto che «fosse necessario un blitz prima che gli ostaggi fossero portati in un luogo dove poi non sarebbe stato più possibile riaverli». Il presidente del Consiglio rivela che c’erano state due opzioni: agire prima della notte oppure all’alba. Ma la prima ipotesi è diventata via via sempre più difficile da applicare. I particolari dell’evento, precisa il ministro della Difesa, Arturo Parisi, «sono tuttora in via di accertamento». Anche se sembra certo il coinvolgimento e l’aiuto di reparti speciali inglesi (il leader ds, Piero Fassino, ha voluto personalmente ringraziare il premier inglese Gordon Brown).
L’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, condivide l’operato del governo italiano: «Con i rapitori non si tratta e non si parla». E si è augurato che questa vicenda «segni una svolta». Considerazione forse persino un po’ ottimistica, a voler considerare quanto l’Unione sia rimasta ancora sconcertata politicamente, tra la fulminea e (per fortuna) riuscita operazione conseguita con il blitz e le polemiche subito sorte sulla prosecuzione della missione in Afghanistan. O, dall’altro fronte, per l’eventuale modifica delle regole d’ingaggio. La sortita del segretario comunista Oliviero Diliberto ha lasciato molti strascichi. Ha cercato di gettare acqua sul fuoco il sottosegretario Enrico Letta, in quanto «ogni discussione sul ritiro delle nostre truppe è prematura, ne riparliamo a gennaio».
Ma nella Sinistra alternativa la presa di posizione del Pdci ha alimentato più che altro sospetti e disappunto, soprattutto in relazione alla costituenda «Cosa rossa», che a questo punto sembra tornata in alto mare, tra la manifestazione anti-welfare del 20 ottobre e il caos di posizioni sul ritiro delle truppe dalle missioni all’estero. Ottenuto l’effetto mediatico, almeno ieri gli esponenti del Pdci hanno abbassato i toni. E dagli altri tronconi di Sinistra si è cercato di non alimentare la divisione. Il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, ritenendo che il blitz fosse «inevitabile», ha voluto persino sottolineare come il premier abbia agito «in modo rigoroso e con la massima attenzione possibile» alle vite umane. Se poi Emma Bonino si è augurata che nessuno «voglia mettere in discussione il governo», il sottosegretario alla Difesa, Gianni Vernetti, ha potuto affermare (senza suscitare la solita ridda di reazioni) che «senza ombra di dubbio a gennaio riconfermeremo le nostre missioni».
«Siamo al trionfo dell’ipocrisia», ha attaccato il leader di An, Gianfranco Fini. L’ex ministro degli Esteri ha rilevato che «Diliberto chiede il ritiro delle nostre truppe, ma siccome l’Italia manterrà i militari in Afghanistan, allora anche Diliberto perderà la faccia. Questa infatti è una maggioranza in cui a turno qualcuno fa la figura di chi dice le cose sapendo perfettamente che non ha né la volontà né la coerenza di tenere fede a ciò che dice». Secondo Fini, «se ci fosse finalmente qualcuno che si prendesse la briga di essere coerente con quello che dice, questa maggioranza non ci sarebbe più, anche perché ogni giorno ci sono argomenti su cui ognuno dice l’opposto dell’altro». Il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, ha poi ricordato che «più volte i comandi militari hanno sollecitato un aumento delle truppe e regole diverse d’ingaggio. Non possiamo fare come dice Diliberto e andare via. È un’assurdità, così com’è assurdo che si tenga il partito di Diliberto al governo, perché un partito di quel tipo che ha il retrovisore, che guarda al passato, a qualcosa che per fortuna non c’è più, non può stare in un governo che si chiama orgogliosamente, pur senza esserlo, progressista».