Prodi alla Camera: resa dei conti Berlusconi: al voto con la lista Pdl

Il premier <strong><a href="/a.pic1?ID=235666" target="_blank">può ottenere la fiducia solo alla Camera</a></strong> dopo lo strappo di Mastella: <strong><a href="/a.pic1?ID=235905" target="_blank">&quot;Il governo è morto, morto, morto&quot;</a></strong>. De profundis di Berlusconi: <strong><a href="/a.pic1?ID=235906" target="_blank">&quot;Ora si vada alle urne&quot;</a></strong>. <a href="/a.pic1?ID=235909" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">&quot;La crisi in parlamento è un escamotage&quot;</font></strong></a>. Il costituzionalista: <a href="/a.pic1?ID=235667" target="_blank"><strong>&quot;Votare con questa legge si può&quot;</strong></a>

Roma - Il «capolinea» che domenica sera, da Palazzo Chigi, qualcuno cominciava ad intravedere, sembra essere arrivato.
Oggi Prodi parlerà alla Camera, farà le sue comunicazioni e chiederà la fiducia. La otterrà, perché i voti mastelliani a Montecitorio non sono determinanti. «E comunque voglio vedere con i miei occhi cosa vogliono fare i parlamentari dell’Udeur, se si assumono in aula la responsabilità di mandare a casa il governo o no». Poi riferirà anche al Senato e conterà i senatori che «in una situazione drammatica per il paese vogliono mandare a casa il governo», e inchiodare Mastella alle sue «responsabilità». Chiedendo quindi un voto di fiducia «che con l’apporto dei senatori a vita potrebbe persino non essere negativo», sostengono dal Pdci.

Mentre in caso di voto negativo, questa accelerazione prodiana renderebbe difficilmente percorribile a Napolitano altre strade che non le elezioni anticipate. Di questo si sarebbe convinto il premier, deciso a evitare a ogni costo i tentativi di provare a costituire altri governi «di emergenza» con maggioranze diverse, per fare la riforma elettorale. Ipotesi che Massimo D’Alema non ha nascosto di voler provare a percorrere.

Ma soprattutto il premier ha fatto capire di essere fermamente intenzionato, se e quando le elezioni anticipate (tra fine aprile e maggio) saranno convocate, a restare in pista fino in fondo. E a candidarsi alla testa della coalizione di centrosinistra, nell’ennesima riedizione di uno scontro con Berlusconi. Con l’appoggio dei «piccoli» dell’Unione, terrorizzati dalla fermissima intenzione di Walter Veltroni di candidarsi alla testa del Pd e andare «da solo» al voto. «Se si deve andare alle elezioni, è Romano il solo che rappresenta l’Unione: si facciano le primarie e si decida chi deve essere il candidato premier».

Lo strappo di Mastella lo ha appreso dalle agenzie, giura Romano Prodi. Un colpo a sorpresa. E in effetti a metà pomeriggio il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento D’Andrea ancora sperava che la situazione con l’ex Guardasigilli fosse recuperabile: «Gli abbiamo assicurato che Prodi interverrà domani (oggi, ndr), prima del voto sulla relazione sullo stato della giustizia, e difenderà con forza il suo operato», e che tutta la maggioranza voterà compatta una risoluzione «che riprende le parole del premier».
Ma il tappo è saltato ben prima, e premier e maggioranza si sono ritrovati in un attimo sull’orlo della crisi. A Palazzo Chigi si sono precipitati immediatamente tutti i big del Partito democratico. «La situazione è molto precaria, nelle prossime ore può succedere di tutto», aveva detto nel primo pomeriggio Walter Veltroni ai suoi, riuniti nell’esecutivo del Pd. Alle sette di sera il sindaco di Roma ha bruscamente abbandonato la presentazione di un libro di monsignor Fisichella per correre da Prodi. Alla spicciolata sono arrivati i due vicepremier Rutelli e D’Alema, e poi Dario Franceschini, il capogruppo Pd Soro, i ministri Fioroni e Parisi.

E nei frenetici conciliaboli della serata, D’Alema avrebbe suggerito a Prodi di prendersi la fiducia della Camera, poi andare al Senato e al termine del dibattito - prima di un voto sicuramente negativo - prendere atto che la maggioranza si è dissolta e salire al Colle dimissionario. Un modo per «restare in gioco», e puntare persino a un reincarico. Parisi e la Bindi non hanno mancato di puntare il dito accusatore contro Veltroni, a loro parere colpevole di aver fatto precipitare la crisi con la sua esternazione di Orvieto sul Pd che andrà al voto «da solo».

Intanto il summit tutto interno al Pd aveva messo in allarme gli altri gruppi della maggioranza, e Prodi ha convocato per le nove di sera un vertice di tutti i segretari (superstiti) dell’Unione, comunque restati assai copiosi nonostante l’addio di Clemente Mastella. I piccoli partiti hanno sostenuto la linea drastica del premier: andarsi a contare in Parlamento. «A noi conviene andare a votare con questa legge elettorale, l’unica che ci garantisce la sopravvivenza», spiegano.