Prodi cede su Telecom: riferiremo in Parlamento

Dietrofront dalla Cina. Ma il premier vuole sfuggire il dibattito mandando i ministri

Nicola Porro

nostro inviato a Pechino

Marcia indietro alla grande. Romano Prodi, solo pochi giorni fa e sempre dalla Cina dove è in missione, diceva che sarebbe stato «da matti» discutere in Parlamento dell'affaire Telecom. Ieri, a sorpresa, ma mica tanto dopo le pressioni ricevute dall'interno della sua stessa maggioranza, ha cambiato idea. Oltre a una parte dei Ds legati a D'Alema, l'inatteso e polemico editoriale del quotidiano della Margherita Europa ha costretto Prodi a ritornare sui suoi passi. Una nota di palazzo Chigi recitava: «Il governo annuncerà martedì nelle conferenze dei capigruppo di Camera e Senato la propria disponibilità a un’informativa urgente da parte dei ministri ai quali compete la responsabilità sul settore delle telecomunicazioni».
Deve essere stato il lambrusco offerto dall'ambasciatore italiano a Pechino, in un cocktail per una parte della delegazione italiana, a far digerire la nuova presa di posizione del premier. Fino a ieri infatti Prodi non aveva alcuna intenzione di portare il livello della polemica su un fronte politico-istituzionale. La presa di posizione era chiara e il «siamo matti» era stato seguito dalle dimissioni del numero uno di Telecom, Marco Tronchetti Provera. L'uscita di scena di Tronchetti faceva riscoprire nei commenti di Palazzo Chigi l'attenzione verso il mercato: «Sono dimissioni che riguardano una impresa privata e come tali vanno accolte, accettate e rispettate».
La chiave del cambiamento, a parte il lambrusco, è da leggersi in un escamotage solo apparentemente stilistico e molto «democristiano». Continua la nota di Palazzo Chigi, made in China: «È interesse del paese interrogarsi sul futuro dell'industria delle telecomunicazioni italiane e della sua impresa più rilevante. Telecom Italia, infatti, opera in un settore di vitale importanza per il paese, sia per gli aspetti tecnologici che per i servizi che eroga ai cittadini e imprese. Tali servizi contribuiscono a determinare la capacità di innovare e competere dell'Italia». Fino a un paio di giorni prima c'è da pensare che «gli interrogativi che il paese si doveva porre» erano diversi. Prodi ha dovuto cedere alle insistenze che nascevano nel seno della sua stessa maggioranza. E dalle pressioni di una certa finanza che non può considerare chiusa una polemica così accesa con un manager del capitalismo che conta. Ma la via d'uscita individuata può essere micidiale, in termini di chiarificazione. Un altro particolare può rendere ancora più concreto il rischio che tutto si sciolga in una melassa zuccherosa: a riferire saranno con tutta probabilità due ministri competenti sulle tlc: Bersani e Gentiloni. Prodi parte infatti oggi da Pechino per New York, per non lasciar solo Massimo D'Alema, in missione. C'è dunque il ragionevole dubbio che l'informativa parlamentare si presenti molto simile allo statement di Canton di Angelo Rovati: un soliloquio senza risposte.
Il dibattito parlamentare richiesto anche dalla sinistra massimalista che sorregge il governo, preoccupata del passaggio in mani straniere di un pezzo di tlc italiane, e dall'opposizione, irritata per l'interventismo prodiano, è destinata a trasformarsi in un compitino politico istituzionale senza toccare i nervi scoperti della vicenda. E cioè per quale motivo l'entourage più stretto del Professore si sia occupato di propagandare un progetto di riorganizzazione della Telecom alternativo a quello di Tronchetti? E per di più abbia negato fino alla fine? Come è possibile che un consigliere stretto del premier si metta a redigere piani «artigianali» su interessi ora giudicati vitali del paese? Esiste l'intenzione di nazionalizzare via Cassa depositi e prestiti, la rete telefonica? Perché Palazzo Chigi l'8 settembre aveva, senza alcuna necessità, smentito la propria ostilità alla cessione di Tim in mani straniere?
Paradossale che a rispondere siano un Bersani o un Gentiloni. Che non sono mai entrati nella partita.