Prodi cerca il plebiscito ma scontenta tutti i partiti

Mastella: «Le primarie? Una farsa». Diliberto: «Inutili». E la Quercia teme Bertinotti e le trame della Margherita

Francesco Kamel

da Roma

La «tregua» tra Francesco Rutelli e Romano Prodi vive oggi a Roma la prima verifica con un confronto tra tutti i leader dell’Unione. Ieri Fausto Bertinotti, Piero Fassino e Franco Marini hanno promosso i termini della pace siglata sulla base del «patto di via Margutta» che ha sancito il congelamento dell’Ulivo, lo stop alla scissione nella Margherita e, soprattutto, lo svolgimento delle primarie. Ma l’incontro si preannuncia tutt’altro che semplice per Prodi perché l’intesa siglata non è gradita a molti alleati e crea in prospettiva non pochi problemi al Professore. A cominciare dal fatto che a causa del fallimento del progetto ulivista, in futuro dovrà confrontarsi con partiti molto più «forti», in grado di dar battaglia su candidature e programmi.
Sull’immediato è tuttavia il nodo delle primarie per designare il candidato premier a riportare il centrosinistra in fibrillazione. Sulla tanto agognata «investitura popolare» aleggia sempre più il «fattore Bertinotti». Il segretario di Rifondazione ci vuole assolutamente partecipare, soprattutto dopo il «caso Vendola». Questo scenario obbliga i Ds a uno sforzo di mobilitazione della propria base per garantire una piena affermazione al Professore e «arginare» il risultato di Bertinotti. Anche se Marini assicura il piano appoggio a Prodi, contare troppo su Rutelli in tempi di gelo con il Professore potrebbe essere rischioso.
Contro le primarie c’è da registrare il malumore dei partiti minori che rischiano di rimanere schiacciati dal duello Prodi-Bertinotti. Il ricorso alle primarie non piace a Clemente Mastella perché «a pochi mesi dal voto i cittadini non chiedono alle coalizioni indicazioni di leadership, ma risposte programmatiche serie e concrete». Per il leader dell’Udeur le primarie «invece di essere l’occasione per una investitura popolare rischiano di trasformarsi in una farsa o di risultare troppo sbilanciate a sinistra». Anche Oliviero Diliberto da sempre sostiene «l’inutilità» di una competizione del genere.
Ma il ricorso alle primarie porta conseguenze più serie della semplice contrarietà di qualche alleato. Prodi infatti vuole che si presentino «tutti quelli che non hanno la mia linea». Ma se il confronto si sposta dalla persona al progetto in molti pensano di candidarsi. Oltre a Bertinotti, Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Di Pietro lo hanno subito fatto capire. Una prospettiva pericolosa per il Professore che con tanti concorrenti (più o meno insidiosi) rischia di perdere per strada troppi consensi. E così, al primo punto da affrontare al vertice dell’Unione di oggi sono proprio le regole per evitare, come sostiene Roberto Villetti dello Sdi, «una girandola di candidature come se si trattasse di un concorso di bellezza». Il richiamo alle regole viene anche da Paolo Cento dei Verdi secondo cui «è ora necessario, a partire dal vertice dell’Unione, costruire al più presto le regole condivise nell’alleanza».
Ma il problema strutturale è l’effettiva tenuta della tregua tra Prodi e Rutelli. Il Professore ha ottenuto il mantenimento della leadership e le primarie rinunciando alla lista dell’Ulivo e sacrificando i suoi fedelissimi dentro la Margherita. Che non hanno gradito. Willer Bordon, Andrea Papini e Arturo Parisi con vari accenti hanno tenuto in piedi l’ipotesi della rottura. E dai Ds, Vannino Chiti chiede un «chiarimento con la Margherita per quanto riguarda l’Ulivo perché il progetto non va messo tra parentesi».
La tregua della settimana scorsa è già in discussione.

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