Prodi chiede aiuto ai socialisti: venite nel Partito democratico

Il premier allo Sdi dice: «Il vostro cantiere è il nostro». E nel camper di Boselli sigla un patto contro i vecchi nemici D’Alema e Marini

nostro inviato a Fiuggi (Frosinone)

Il Partito democratico non piace a Boselli e compagni socialisti, in quanto «compromesso storico bonsai». Non piace a Mussi e compagni post ds, che contestano «il disordine politico e intellettuale» di un Pantheon che includerebbe Gramsci e Don Sturzo, Berlinguer e Craxi. Il Pd non piace al Pse di Rasmussen e Schultz, che avvertono come il neoclericalismo di Rutelli non abbia corso legale in Europa. Il nascituro piace pochino a Veltroni, preoccupa non poco D’Alema e Bersani.
Tutto questo si sapeva. La sorpresa è scoprire che il nascente scarrafone piace punto al papà putativo. Romano Prodi piomba sulla Costituente socialista di Fiuggi per blandire la tribù nobile del riformismo italiano, ma lascia fatalmente trapelare come il vecchio sogno dell’Ulivo sia stato tradito dai barocchi arzigogoli di Fassino e Rutelli. Un soggetto ibrido nel quale è scoppiato lo scontro tra bande e leadership, e ognuno gioca la sua partita. «Il vostro cantiere è il nostro», dice Prodi ai socialisti, dopo aver incontrato Boselli per mezz’ora nel camper-ufficio fuori il Palaterme. Proprio come ai bei tempi del Psi che fu. Corsi e ricorsi storici, e politica arzigogolata, quella che ridisegna confini e poteri all’interno dell’Unione.
Ma se dal camper Craxi lanciò il Caf, se dal camper arrivò a Occhetto e D’Alema il generoso viatico per l’Internazionale socialista, ieri dal più modesto (non nelle dimensioni) camper di Boselli esce un percorso nuovo. I socialisti sono in libera uscita dal Pd, e Prodi quasi li approva: «La vostra scelta è limpida e naturale». Cerca di farla sua, ovvio, ma la costituente socialista è un’opzione «distinta ma non distante dal Pd», la cui «porta resterà sempre aperta». Quando vorranno, quando si saranno rafforzati con le loro scorribande tra ciò che resta ai margini del Pd, «faremo ancora grandi cose assieme». Come di consueto, il premier non riesce a suscitare l’emozione dei compagni, e gli applausi (tre) sono assai tiepidi, di cortesia. Ma appare chiaro che Prodi non è nemico dei socialisti. Il rapporto personale con Boselli diventa cemento comune per individuare i veri nemici in campo. Che oggi si chiamano anzitutto D’Alema e Marini, veri «padroni» degli apparati ds e dl. Con il primo che oramai cerca di liberarsi di Fassino, anche a costo di difendere a spada tratta il Pd da coloro che - come Mussi e i socialisti - «creano ostacoli difendendo la vecchia politica, con i suoi riti».
Prodi non la pensa così, anzi. Concede alla Costituente il rango di un progetto alternativo, parallelo al Pd, che non lo ostacola, anzi forse può riportarlo nell’alveo originario. Un Ulivo aperto a tutte le famiglie del riformismo nel quale il dominus resti lui, il Riunificatore, naturalmente, e non un Fassino in crisi di bulimia. Un Ulivo laico, perché la laicità, sostiene Prodi davanti alla platea socialista, «è anche per me un punto fondamentale». Altro che Rutelli, dunque, e il pedissequo conformismo vaticano. Gli «assi» che si fanno e disfanno a Roma, con D’Alema e Veltroni che rimproverano Fassino per il bailamme e una scissione ormai inevitabile, si riverberano qui a Fiuggi. Finiscono per dare ulteriore linfa a Mussi, sempre più «interessato» a «mettersi in cammino» e sempre più scettico rispetto all’«infinita transumanza» del popolo che fu comunista e oggi non teme di definirsi socialista. Se Mussi ha già confermato a D’Alema a quattr’occhi che «nel Pd non ci sarò», anche Angius ieri sembra aver rotto gli ormeggi: «Se non si azzera tutto, vado via». E Caldarola dichiara di sentirsi «già a casa» nel variegato mondo socialista riunito a congresso. Un mondo nel quale Emma Bonino propone (invano) l’accanimento terapeutico sulla Rosa nel pugno, e Turci spiega come siano stati proprio i Radicali ad appassirla precocemente. Del Turco viene fischiato per la sua resistenza ostinata, il tedesco Schultz osannato, De Michelis rompe gli indugi e Bobo Craxi si guadagna l’ovazione invitando tutti a «prendere il mare aperto». Lo scioglimento dei Ds, ricorda Villetti, «è un terremoto». Bisognerà pur partire, sulla cresta dello tsunami.