«Prodi ci dovrebbe ringraziare e fare un pellegrinaggio da Fini»

Laura Cesaretti

da Roma

«Come minimo, mi aspetto subito una bella lettera di ringraziamento a me e a Francesco Rutelli, firmata da Prodi».
Il leader dell’Udeur Clemente Mastella arriva pimpante a Montecitorio, solca i corridoi col passo del vincitore e ammicca sornione a chi gli chiede cosa accadrà ora nel centrosinistra.
E di che dovrebbe ringraziarla, Romano Prodi?
«Di avergli salvato la faccia. Se non c’eravamo noi dell’Udeur e Rutelli, che subito abbiamo preso una posizione ferma per l’astensione, quella di oggi sarebbe stata una sconfitta epocale del centrosinistra. Cui Prodi ha dato il suo contributo, nella sua ansia di guardare a sinistra e stare attaccato ai Ds. Dovrebbe ringraziare noi e organizzare un pellegrinaggio davanti alla casa di Gianfranco Fini, perché se il leader di An non avesse deciso di fare harakiri ora l’Unione starebbe in un guaio molto serio».

E invece grazie a Fini e Rutelli ora Prodi e il centrosinistra stanno in una botte di ferro?
«Be’, veramente vedo grossi problemi all’orizzonte. Di quelli che si sa come cominciano, ma non come finiscono. Noi dell’Udeur e Francesco abbiamo evitato la catastrofe. E per questo siamo stati presi a fischi e pomodori dentro la nostra stessa alleanza. Criminalizzati perché eravamo i retrogradi, e invece loro erano i progressisti, quelli in sintonia col Paese moderno. S’è visto. E ora qualche riflessione seria andrà fatta, perché uno che vuole fare il leader dovrebbe avere l’intelligenza politica di leggere quello che si muove nella società, e non stupirsi dopo perché non è andata come pensava lui».
E Prodi non ha capito?
«Mi pare che capisca solo quello che succede a Bologna. E manco tanto, perché nemmeno lì si è raggiunto il quorum, che per l’articolo 18 era stato fatto. Ma la cosa che mi lascia esterrefatto è che Prodi fa il leader perché è un cattolico democratico, e non si è reso conto neppure di quello che succedeva nel suo mondo. A muoversi per l’astensione non erano solo i conservatori alla Ruini, i Teo-con: c’erano le Acli, i Focolarini, la Cisl... Vogliamo arruolare Bobba e Pezzotta tra i Teo-con? Ma siamo matti? Come si fa, se si appartiene a quel mondo, a non capire cosa sta succedendo, a non mettersi in sintonia?».
E lei ha provato a spiegarglielo, prima del voto?
«Certo, lo ho detto e ridetto a tutti. Ho spiegato a Prodi che nel ’74 io ero uno di quei milioni di cattolici che hanno votato a favore del divorzio. E che stavolta era tutto diverso, non era più quella partita là. Né io né Rutelli siamo stati ascoltati, anzi: ci hanno trattato da paria, da traditori».
Sta mettendo in discussione la leadership di Prodi?
«Ma no, ma no... Però una cosa deve essere chiara, adesso: basta con i leader soli al comando. Le leadership solitarie ci portano al disastro, ci mandano a sbattere. Prodi deve accettare la maggiore collegialità possibile, deve tenere tutti attorno a un tavolo, discutere e decidere ogni cosa insieme, con la sinistra ma anche con il centro, perché senza di noi non va da nessuna parte. Soprattutto al Sud, dove sarà la battaglia campale».
Più che collegialità sembra una richiesta di commissariamento. Prodi non lo accetterà, vi risponderà convocando le primarie...
«Primarie? E noi organizziamo un bel fronte dell’astensione! Con l’aria che tira, non mi pare sia il caso di convocare nessuna primaria».
E se fa la lista Prodi? I sondaggi gli danno il 18 per cento...
«Starei molto attento ai sondaggi: i più pessimisti dicevano che sarebbe andato a votare il 37% degli italiani... E poi mi pare che quelli attribuiti alla lista Prodi siano tutti voti rubati a ds e Margherita, una partita di giro interna al centrosinistra che non sposterebbe niente. E poi date retta a me, la lista Prodi il Professore non ha alcuna intenzione di farla, vuol solo mettere paura ai Ds perché la facciano con lui mollando la Margherita e il centro. Però mi pare che anche nella Quercia non sia proprio aria, adesso».
E allora che dovrebbe fare Prodi?
«Prendere atto che il suo progetto politico non decolla, e accontentarsi della premiership. Lui vuol fare il leader politico, ma non gli conviene. Faccia il leader di governo, come in Francia. Si mette Raffarin, poi se funziona bene e se no si cambia. Almeno avrà la soddisfazione di aver governato, fosse pure per tre mesi. Perché se va avanti così, al governo non ci arriva proprio: si perde e basta».