Prodi contro tutti «Potevo durare ancora tre anni»

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da Roma

Non ce l’ha fatta a stabilire il record di permanenza a Palazzo Chigi, non ce l’ha fatta nemmeno a durare di più del suo primo incarico da premier e probabilmente non ce la farà nemmeno a tagliare il traguardo dei 2 anni nonostante i 4 mesi in carica da «dimissionato». E così, al presidente del Consiglio uscente Romano Prodi non restano che gli sfoghi sul tramonto della sua stagione ulivista. Venerdì scorso è stata la volta della sferzata a Veltroni dal palco della radicale «Assemblea dei mille», mentre ieri ha scelto le telecamere di Ballarò per mescolare ancora una volta amarezza e orgoglio.
«Non ho nulla di cui pentirmi, ho vinto le elezioni due volte», ha ricordato il Professore «detronizzato» rivendicando i risicati successi nei confronti del suo arciavversario Silvio Berlusconi e lanciando l’ennesimo monito all’ex sindaco di Roma. «Ho fatto nuove proposte politiche, veramente nuove, una grande coalizione riformista, e ho vinto due volte le elezioni. Nessuno lo ha fatto in Italia, vincere tutte le elezioni che ha fatto, in un Paese di 60 milioni di abitanti», ha sottolineato tronfiamente il premier.
La sconfitta del Pd, però, è anche opera sua. Ma su questo punto ha preferito glissare. «Ho avuto molte soddisfazioni - ha affermato - ed ero disposto a guidare il Paese per qualche altro anno. Ho fatto la mia politica in modo da avere risultati lungo tutta la legislatura, ma questa è stata interrotta non per mia responsabilità».
Anzi, la rinuncia è stata spiegata come un gesto compiuto per far spazio ai giovani. «Ho tratto le conseguenze in modo serio e doveroso - ha aggiunto - proprio perché il Paese possa andare avanti, perché io non sia più di intralcio a quelle che emergono come le novità. Adesso si ritorna alla vita di famiglia». «Novità?», ha chiesto l’intervistatore. «Novità...», ha risposto. Parole nobili ma che non celano del tutto una venatura di risentimento nei confronti del «nuovismo» veltroniano.
Ma ormai per Prodi è solo il momento dell’amarcord. Intervallato da un fuggevole sguardo al futuro. «Agli italiani - ha aggiunto - dico solo di avere fiducia e capire che c’è un futuro bello». Ma c’è un però: «Se pensano di raggiungere questo futuro senza gli sforzi necessari, senza i sacrifici, senza il cambiamento della testa che è necessario, si sbagliano». Poi un accenno alla politica internazionale, suo vecchio (e forse nuovo) pallino. «Il mondo di oggi ha paura - ha concluso -, viene scientificamente iniettata la paura. Non c’è situazione peggiore della paura per affrontare il nuovo: per questo dico che un singolo Paese non ce la fa e invece ce la fa l’Europa».
Ma non toccherà più a lui questo confronto: «C’è qualcun altro adesso che deve far correre il Paese. Mi auguro che ce la faccia». L’augurio a Berlusconi un po’ gli sarà pesato, sicuramente di più che devolvere in beneficenza i doni ricevuti nei 2 anni a Palazzo Chigi.