Prodi convoca la maggioranza per evitare il voto di fiducia

Sabato vertice tra governo e partiti dell’Unione su «modifiche tecniche e adattamenti». Ds e Margherita dettano l’agenda al premier su pensioni, enti locali e sanità. Ma Rifondazione frena: non ci stiamo

Laura Cesaretti

da Roma

Tra ministri, leader di partito e capigruppo parlamentari il mega-vertice di maggioranza sulla Finanziaria fissato per sabato avrà una densità di presenze degna di Tokyo. E infatti ieri sera si stava ancora ragionando su dove tenerlo.
Difficile dunque che diventi un’occasione per decisioni importanti: Romano Prodi lo ha voluto innanzitutto per una ragione di immagine, per radunare attorno a sé, mentre la Finanziaria debutta in Parlamento, tutto il centrosinistra e lanciare un messaggio «di unità e di rilancio», come spiegano a Palazzo Chigi, dopo settimane di via crucis e di sondaggi a picco. La Finanziaria, avverte il premier, «è già definita nelle sue linee fondamentali», e «permette di scommettere sulla crescita». In ogni caso, «mutamenti tecnici e adattamenti sono propri di questa fase di pre-discussione», dice aprendo le porte a qualche ulteriore modifica.
Il vertice servirà anche a stabilire, afferma Prodi, se e quando mettere la fiducia sulla manovra. Gran parte del centrosinistra spinge per evitarla, almeno alla Camera. Anche se, ammette un ministro ds, «a Montecitorio non ci sono problemi di numeri, ma c’è un alto rischio che passino modifiche trasversali sulla Finanziaria», votate cioè (secondo lo schema del «tavolo dei volenterosi» tanto inviso a Prodi) da pezzi di maggioranza e di opposizione insieme, tagliando fuori l’ala sinistra dell’Unione.
Che ora sta entrando in fibrillazione, perché inizia a sentirsi sotto assedio: «Il problema non è il “complotto”, perché tutti sanno che ora non c’è alternativa a Prodi, ma il tentativo dei cosiddetti poteri forti di condizionare questo governo. E hanno la sponda dell’Ulivo, che spinge per fare le riforme che piacciono a Confindustria, al Corriere e a De Benedetti», ragiona un dirigente di Rifondazione. Il partito di Bertinotti promette battaglia, e da subito: prima del vertice di sabato, Franco Giordano spiegherà a Prodi che «noi non voteremo mai il collegato alla Finanziaria che privatizza i servizi pubblici comunali». Il ddl del ministro rutelliano Linda Lanzillotta è stato inserito nella manovra grazie a un voto che ha visto (in commissione Bilancio al Senato) centrosinistra e Udc insieme contro Rifondazione: «E già quel voto è stato un segnale inquietante», dicono dal Prc di Palazzo Madama. Poi ne sono arrivati altri: l’appello ds al «cambio di passo», la richiesta di «un’agenda di riforme», pensioni in testa, richiesta da Confindustria, avanzata da Fassino e Rutelli, e approvata ieri da Almunia, per il quale quell’agenda è il passaporto per dare alla manovra di Prodi il timbro di gradimento Ue. «C’è una manovra a tenaglia attorno a Prodi, e contro di noi», denuncia la sinistra radicale.
Prodi, che domenica ha cenato con Rutelli e ieri ha fatto colazione con Fassino, ha preso atto dell’allarme che gli arriva dall’ala riformista dell’Unione, autorevolmente amplificato ieri da Repubblica con apposito retroscena ricco di virgolettati ultimativi di D’Alema, del segretario ds e del leader della Margherita. Sulla Finanziaria, dicono in sostanza i capi dell’Ulivo, c’è ormai poco da fare: qualche correzione sulle aliquote Irpef, qualche aggiustamento a favore delle piccole e medie imprese. Certo, «è mancata una gestione politica della manovra», lamenta D’Alema, e soprattutto «l’idea che ci fosse un grande disegno riformatore». Ma ormai quel che è fatto è fatto: la si approvi in fretta e si passi alla «fase due». Serve «un’agenda per le riforme», da annunciare subito e mettere in campo dopo la Finanziaria, all’inizio del prossimo anno, per «dare una scossa all’economia», dice Fassino. E i punti sono quelli già elencati da Ds e Margherita negli ultimi giorni: riforma delle pensioni innanzitutto, riforma «radicale» della Pubblica amministrazione, rilancio delle liberalizzazioni per «scardinare le rendite di posizione», interventi sulla sanità e sugli ammortizzatori sociali. Un’agenda «che non è e non può essere la nostra», avvertono però dal Prc.