Prodi costretto dalla Quercia a fare il difensore d’ufficio

Roma - La nota ufficiale di Palazzo Chigi arriva all’ora di pranzo, e mette per ora fine alla lunga e sempre più nervosa attesa della Quercia. Che fin da lunedì, investita dalla bufera, aspettava da Romano Prodi un cenno di solidarietà.
Il premier conferma «piena fiducia» verso «gli esponenti politici toccati da questa sgradevole polemica», soffice eufemismo per definire l’imbarazzante fiume di intercettazioni che riempiono «pagine intere di giornali e ore di trasmissioni televisive», senza «nulla mostrare e dimostrare». Ma che «rischiano di alimentare un clima di scontro e di disagio verso le istituzioni e la politica che è inopportuno e pericoloso».
Prodi ribadisce il suo «rispetto per l’operato dei giudici», ma aggiunge: «Non posso che auspicare la più rigorosa discrezione nel pubblicizzare aspetti privati dei singoli, distinguendo gli atteggiamenti e i comportamenti dai fatti realmente compiuti».
Il comunicato ufficiale del premier ha fermato ieri la marea montante dell’irritazione diessina nei confronti di un Professore rimasto fino a quel momento distante e silenzioso. Piero Fassino, che martedì sera era salito a Palazzo Chigi e aveva sollecitato una presa di posizione pubblica a sostegno del principale partito della coalizione e dei suoi leader, e che ha dovuto attendere fino a ieri pomeriggio per vederla messa nero su bianco, incassa senza commenti. «Era ora», si sfoga con i suoi, «Romano sembra non rendersi conto del clima che monta nel Paese, e del fatto che alla fine può travolgere anche il suo governo». Non trapela entusiasmo per le parole distillate dal premier, e c’è la consapevolezza che quel comunicato gli è stato cavato dalla penna solo facendo trapelare lo sconcerto e l’irritazione della Quercia per il suo silenzio.
D’altronde lo ammettono anche a Palazzo Chigi, dove gli uomini più vicini a Prodi spiegano che il Professore aveva già dato in privato la propria solidarietà sia a Fassino che a D’Alema, e che poi, visto che a loro non bastava e che il tam tam romano continuava a diffondere «illazioni sul malumore dei Ds», Prodi ha deciso di renderla pubblica. Consapevole, assicurano, del fatto che in contemporanea con il comunicato, per un’imbarazzante coincidenza, sarebbero state diffuse anche nuove intercettazioni, nelle quali Fassino accusava Abete di «aver lavorato per Prodi», contrastando la scalata Unipol. Quanto ai rischi che corre il governo, «per ora» a Palazzo Chigi non si vedono possibili ripercussioni, e si ritiene «tranquillizzante» che i giudici non abbiano ravvisato in quel diluvio di frasi «più o meno sconcertanti» fatti di rilievo penale, che ovviamente cambierebbero il quadro. «Per ora», però, e se le cose rimangono così: la sensazione, infatti, è che sia in atto una «strategia del contagocce, e non resta che aspettare le prossime gocce». Ipotesi che il ds Nicola La Torre smentisce: a suo parere, «tutto quel doveva uscire è già uscito», e non ci saranno ulteriori sorprese.
Se Prodi ha finalmente rotto il silenzio, a restare zitto e muto è il leader della Margherita Francesco Rutelli. Certo, martedì c’era anche lui nello studio del premier assieme a Fassino, per sollecitare al capo del governo un «colpo di reni» che risollevi l’immagine declinante e afasica del governo. Ma sulla vicenda Unipol, Rutelli non si pronuncia, non offre solidarietà, preferisce aspettare. Perché «ci saranno ancora molti giorni di stillicidio», il vicepremier ne è certo, e perché dentro il suo partito sta crescendo il malessere verso il matrimonio con la Quercia nel Pd. «Sono in tanti a chiedersi: ma chi ce lo fa fare di metterci insieme a questi? E comunque se lo dobbiamo fare, bisogna ridiscutere le condizioni, i ds non sono più in grado di dettarle», spiegano i rutelliani. Per ora dai Dl, salvo rare eccezioni, arrivano solo segnali poco amichevoli verso la Quercia in difficoltà: c’è ad esempio Pierluigi Mantini che non trova nulla di «scandaloso» nel fatto che le intercettazioni vengano pubblicate, e denuncia la «commistione tra politica e affari» che ne viene fuori, a tutto danno della «trasparenza del mercato e della democrazia». E anche l’ex Ds Mussi infierisce: «Dissi già due anni fa che non avevo alcun dubbio sulla correttezza delle persone, ma che la mescolanza tra politica ed economia mi pareva una cosa grave».