Prodi dà agli immigrati un voto finto

Paolo Brusorio

I voti si peseranno anche, secondo un vecchio motto politichese, ma in certi casi è meglio contarli. Così, per esempio, metti le Primarie: l’Unione fa decidere il leader dal suo popolo, per la conta sceglie domenica 16 ottobre e Romano Prodi, in fondo l’unico che quel giorno avrà qualcosa da perdere, annuncia ad amici e nemici che, udite udite, a svelare il nome dello sfidante di Berlusconi concorreranno anche gli immigrati. Al voto, al voto: diciotto anni e certificato di residenza i requisiti. Il resto sarà un nome da depositare in uno dei quattromila seggi previsti. All’annuncio di Prodi, novanta minuti di applausi. Bertinotti gongola e dà una passata di spugna ai veleni («una buona notizia per l’intero Paese perché parla del suo futuro, le primarie inducono l’Unione a dare il meglio di sé»); i Ds profetizzano («una scelta lungimirante»); l’Arci sventola le bandiere rosse; Pecoraro Scanio enfatizza: «Quando saremo al governo daremo il voto agli immigrati per le amministrative, faciliteremo anche la cittadinanza e punteremo al voto politico». Insomma, un trionfo. In fondo, le idee di quasi tre milioni di immigrati (ultimo censimento Caritas) fanno gola a tanti. E le primarie cascano giuste giuste per monitorare gli umori dei «nuovi italiani».
Porte aperte allora, domenica sedici ottobre. Un certificato elettorale per noi (e una deroga per chi compirà i diciotto anni entro maggio 2006), e l’attestato di residenza per le nuove leve elettorali. Così almeno sembrava. Così almeno piaceva tanto alle cento teste dell’Unione. Già, perché nemmeno il tempo di abbassare la guardia e di allentare i guantoni, che Romano Prodi ha tirato loro una bella secchiata di acqua gelida in faccia. Stessa piazza, stesso palco: Reggio Emilia. Solo, deve aver fatto due conti il Professore e, chissà, magari preso un po’ di paura. E se i voti degli immigrati andassero a Bertinotti? Comunque sia, la retromarcia è straordinaria: «Gli immigrati voteranno, ma dato che non hanno diritto di voto oggi, saranno in un registro a parte in modo che sia chiaro che sono un simbolo per il futuro - e Bertinotti, vai a fidarti tu degli amici, l’aveva capita proprio così - ma che non influenzeranno l’esito delle primarie». E Bertinotti qui ha cominciato a non seguire più i contorcimenti del Professore.
Al voto, al voto. Ma a responsabilità limitata dunque. Una sorta di apartheid nostrano. Più o meno suona così: dai, vi diamo un diritto, vi facciamo assaporare l’ebbrezza di chiedere la matita ai volontari dietro il banchetto, almeno tre per ogni seggio, ma poi quando si fa la conta, voi tornate in serie B. Nell’angolo, in uno scatolone. A futura memoria. Ma che Prodi non facesse i salti di gioia a un’idea che forse gli rimpallava in testa sull’onda della recente svolta del Comune di Torino - voto agli immigrati per le circoscrizione - e della decisione di ieri dell’Anci - approvata la possibile modifica degli statuti comunali perché gli stranieri possano votare per i consigli cittadini - lo si poteva intuire ascoltandolo una settimana fa nel sermone conclusivo del seminario perugino: «Siamo tutti d’accordo nello sperimentare questo ingresso di nuovi cittadini, ma va fatto con tutte le garanzie e noi non sappiamo se saremo in grado di adempiere a queste garanzie». Una svolta con il freno a mano tirato. Quasi naturale premessa della giornata double face di ieri.
Che peraltro era cominciata sviolinando i dettagli di «Primaria 2005», la macchina operativa che l’Unione sta oliando per trovare il Candidato. Prodi, Pecoraro (che si presenterà domani), Di Pietro, Mastella e Bertinotti: duellanti che per sfidarsi dovranno trovare il sostegno di almeno diecimila elettori. E il tour del Professore è tutto un programma. Intanto l’avvio, fissato l’8 settembre. Che più di una partenza ha il sapore di una ritirata, ma l’allusione è fin troppo facile. Un calcio di rigore a porta vuota. E poi il mezzo: in bacino di carenaggio la nave azzurra di Berlusconi; con le gomme sgonfie il pullman di Veltroni e sul binario morto il treno rutelliano, Prodi ha lasciato in garage l’autobus vincente del ’96 e ha scelto un Tir per dragare la Penisola. Giallo, lungo quindici metri e con un lato apribile come i furgoni degli hot dog fuori dagli stadi. Sarà il suo palco viaggiante, comizi dove capita: autogrill, piazze, parcheggi. Ovunque pur di tornare a casa con la leadership. Sperando di non fare la stessa fine della sua Reggiana, fallita e retrocessa in C2: «Non parlatemene, ci ho pianto sopra». E, almeno sulle lacrime, nessuna retromarcia.
Paolo Brusorio