Prodi dà una mano agli ayatollah: «Teheran ha diritto al nucleare»

Gaffe diplomatica con il re saudita Abdullah, acerrimo avversario dell’Iran

Alle agenzie parole come pietre. L’Italia si oppone a qualsiasi soluzione militare in Iran perché oltre a non risolvere il problema aprirebbe ulteriori scenari destabilizzanti in tutta la Regione. A chi lo ha detto il premier Romano Prodi? Lo ha detto al re dell’Arabia Saudita, Abdullah. Non basta, Prodi gli ha anche ricordato che questo mese il direttore generale dell’Aiea Mohammed El-Baradei, che è come dire il niente trasformato in dirigente, presenterà il suo rapporto sulla «cooperazione dell’Iran nel chiarire alcuni aspetti del programma nucleare che hanno destato notevoli legittime apprensioni». A questo punto Prodi ha ritenuto di poter rassicurare il re saudita. «Si tratterà di uno snodo cruciale per capire la reale volontà iraniana di cooperare» gli ha spiegato, ribadendo «il pieno diritto dell’Iran a sviluppare un programma nucleare pacifico e al tempo stesso il pieno diritto della comunità internazionale di verificarne rigorosamente, attraverso gli strumenti giuridici esistenti, l’effettiva natura pacifica». Così re Abdullah, che era arrivato in Italia in una missione di straordinario sforzo, quasi rivoluzionaria, che per fortuna si è concretizzata nell’incontro con Benedetto XVI, si è sentito fare la lezioncina dal premier italiano sulla possibilità che davvero l’Iran di Ahmadinejad voglia sviluppare un nucleare per uso pacifico, e persino che la comunità occidentale e internazionale possa verificare che uso Ahmadinejad fa di qualunque cosa nel proprio Paese: dal nucleare alla vita delle persone.
Nessuno ha messo nella cartella stampa di Prodi e nella preparazione dell’incontro col re saudita, evidentemente, la notizia del mattino: Mahmoud Ahmadinejad parlando ad un comizio nell’est dell’Iran ha inviato l’ennesimo messaggio agli Usa e ai Paesi europei. Sono contento, ha detto in sostanza, che gli Usa e i Paesi europei abbiano accettato il fatto che Teheran si sia dotata di tremila centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, anche se non so se saranno contenti di sapere che la produzione continuerà al ritmo che l’Iran vuole, senza accettare alcuna limitazione dalla comunità internazionale. Ahmadinejad è andato avanti così, autoglorificandosi e sfottendo gli altri: gli Stati Uniti sono pronti a negoziare con me se accetto di sospendere la produzione di centrifughe, ma io non voglio negoziati con loro, non ci interessano le loro condizioni. Semmai dovremmo essere noi, l’Iran, a porre condizioni ai criminali, non loro. Ce n’è anche per gli europei, e infatti Ahmadinejad afferma che «due o tre di loro hanno ormai ingoiato il numero di tremila centrifughe e hanno proposto di trattare solo sul ritmo di crescita di questa produzione, insomma quante centrifughe funzionano ogni giorno e ogni settimana».
Ora, mettendo insieme le frasi infelici di Romano Prodi al re saudita con la dichiarazione di Ahmadinejad sui Paesi europei che hanno ingoiato il nucleare iraniano, voi che cosa deducete? E che cosa avrà dedotto il re Abdullah?
In realtà il caso non è chiuso per niente, è solo Prodi che pensa che sia così. Angela Merkel, Cancelliere tedesco, sta per andare da Bush perché le è chiaro che l’Iran vuole tirar dritto sul nucleare; George Bush non esclude il ricorso a un’operazione militare; la crisi sembra diventare più grave di giorno in giorno. E non sarà un caso se Angela Merkel va da Bush e non dagli altri partner europei. Naturalmente anche nell’atteggiamento della Merkel c’è una debolezza: come può credere il Cancelliere tedesco di convincere Russia e Cina ad applicare sanzioni sull’Iran? Finora non è mai accaduto, perché dovrebbe accadere in una situazione di crisi più intensa che non in momenti passati, soprattutto con le elezioni americane e la sostituzione di Bush a un anno di distanza?
Resta l’incredibile gaffe, o forse la straordinaria malafede con la quale il premier italiano ha ritenuto di dover trattare un personaggio come Abdullah, che è venuto a stringere la mano al Papa, a citare esplicitamente nel comunicato finale gli ebrei, insomma ad avviare un’operazione di grande coraggio con la quale si avvicina al mondo cristiano e in seguito si avvicinerà ad Israele, correndo rischi e sapendo di pagare prezzi alti.