Prodi dice addio attaccando il Pd

da Roma

È il suo ultimo discorso da premier, e Romano Prodi lo sottolinea: «In settimana ci sarà un nuovo governo, e qui io chiudo questa non lunga ma intensa esperienza politica».
L’occasione gliela hanno offerta i Radicali di Marco Pannella, e non è un caso che il presidente del Consiglio abbia deciso di andare proprio da loro, all’Assemblea «dei Mille» post-elettorale di Chianciano, per celebrare il suo addio. «Siete stati i miei ultimi giapponesi, come dice Marco, e di questo vi ringrazio», li ha salutati, godendosi gli applausi calorosi e nostalgici della platea. Emma Bonino è stata uno dei suoi ministri preferiti, per il «sostegno forte e leale» che ha sempre dato al governo, e per il «senso di coscienza e di consapevolezza che ha sempre avuto, interpretando in modo corretto il suo ruolo e rinunciando alle visibilità di bandiera». Cosa che «avrebbe dovuto essere comune a tutti, nel governo», ma così non è stato. Ed è una delle frecciate postume che Prodi si lascia sfuggire, nei confronti della sua ex maggioranza e della sua ex creatura, il Pd.
L’intervento di addio è denso di rivendicazioni orgogliose, di critiche al centrodestra che «ha coltivato la paura per ragioni elettorali», e di rimproveri velati alla «nuova leva» Pd che ora deve raccogliere la sua «impegnativa eredità morale». «È raro - sottolinea - vincere le elezioni con un avversario che ha una organizzazione di massmedia formidabile e senza confronti in tutti gli altri Paesi occidentali. E io le ho vinte due volte», a differenza di Veltroni che le ha perse. Per colpa del suo governo? «Io - dice Prodi - ho avuto il coraggio dell’impopolarità», prendendo misure che «hanno salvato questo Paese, che era lo zimbello della Ue, e risanato davvero l’economia». Così deve fare «un leader», dice, senza «correre dietro» al «nuovismo ad ogni costo» o al «messaggio quotidiano», ma badando ai «contenuti etici» della sua politica. Non fa mai il nome di Veltroni, Prodi, non dà valutazioni sul risultato elettorale del Pd né cita la sconfitta di Roma. Ma critica implicita è chiara, sia alla decisione di correre da soli mandando in soffitta l’Unione (perché il «suo» progetto di Ulivo era diverso, e puntava a «tenere insieme le tante culture del centrosinistra, in una grande convergenza») sia ai contenuti della sfida del Pd a Berlusconi: «Son state derise le 281 pagine del mio programma, ma dietro c’era un lavoro di affiatamento e condivisione. Fare una campagna politica per dire che i programmi non contano nulla è un grosso passo indietro».
Pannella però dubita che quello di Prodi sia davvero un «addio definitivo» alla politica. «Il suo governo - denuncia - sarebbe dovuto durare l’intera legislatura, e se ciò non è stato è per il concorso degli innovatori del Pd e dello sfascismo di Berlusconi». Secondo il leader radicale, insomma, Veltroni ha la responsabilità di aver contribuito ad accelerare le elezioni. Ma anche quella di aver fatto perdere Rutelli: per Pannella, l’analisi del voto a Roma è chiara: la «provocatoria alleanza con i giustizialisti dell’Italia dei Valori» ha comportato la diserzione di massa degli elettori dipietristi: «Sono loro che, in nome delle manette e delle paure coltivate ad arte sulla sicurezza, hanno votato Alemanno».
Intanto però i rapporti tra Di Pietro e il Pd si incrinano: l’Italia dei Valori rivendica con toni ultimativi la vicepresidenza della Camera per l’ex pm. Ma il Pd ha già promesso all’Udc una delle due poltrone ai vertici di Montecitorio che spettano all’opposizione.