Prodi e Diliberto a braccetto: «La legge è troppo blanda»

Il premier difende il provvedimento: «Meno severo che in altre democrazie». La sinistra radicale spinge per misure più restrittive, con l’appoggio dell’Idv: «Rischiamo di avere un’arma spuntata»

da Roma

Sarà che tra poco si vota per le amministrative e lo scontro è combustibile elettorale, sarà che «Prodi vuole ricompattare la sua maggioranza», come denuncia Bondi e l’antiberlusconismo è sempre un buon tonico. Sta di fatto che la breve pace d’aprile tra un Cavaliere «buonista» e un’Unione neo-moderata è bruscamente finita.
E tra Prodi e Berlusconi lo scontro infuria sulla madre di tutte le battaglie, quella legge sul conflitto di interessi che il centrosinistra non è mai riuscita a fare in passato ma che ora fa mostra di voler varare, e pure in fretta.
Ieri è sceso in campo anche il premier, per caldeggiare l’operazione: «La legge era nel programma di governo ed è giusto che vada avanti. E’ anche più blanda rispetto alle altre democrazie», dice Romano Prodi dai microfoni della Rai. Il Professore difende l’istituto del blind trust: «Uno mica deve diventare San Francesco: può rimanere ricco, ma non amministrare direttamente il patrimonio, perché così facendo il potere politico coincide con quello economico, e la democrazia si indebolisce». E insiste: «È una legge americana, americana, americana!». A stretto giro di posta, Silvio Berlusconi gli replica dalla Sicilia: altro che legge americana, è «killeraggio dell’opposizione».
Dall’Unione parte subito la controffensiva. Piero Fassino attacca il leader di Forza Italia: «Parole fuori misura. Vogliamo fare una legge sul conflitto di interessi e non contro qualcuno». Si tratta, assicura il segretario della Quercia, di una legge «ispirata alle regole che sono in vigore nei paesi democratici da molto tempo, in particolare negli Usa che non è certo un paese illiberale che ignora le regole del mercato e il valore delle imprese,una legge seria ed equilibrata». Si fa sentire anche il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, che ironizza: «Berlusconi parla sempre tanto e di tante cose. Si tratta di una legge che affronta il problema con molta misura e adotta regole che sono in vigore in tutti i paesi civili, in modo spesso più severo». Il titolare delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, difende «un impegno che abbiamo preso con gli elettori», e afferma: «Non capisco perché si debbano usare aggettivi come quelli usati da Berlusconi». Insorge anche il principale artefice del provvedimento in corso d’esame in commissione, Luciano Violante: «Prima di parlare Berlusconi si informi sul testo». Dalla Margherita, Roberto Zaccaria accusa: «Berlusconi fa barricate preventive, le norme sono assai equilibrate e andranno se mai rese più incisive».
Ma dietro la facciata, la maggioranza non è così compatta sul testo in discussione, e in molti avanzano dubbi - visti i numeri in bilico al Senato - su un suo spedito cammino parlamentare. L’ala radicale (Rifondazione esclusa) vorrebbe norme molto più restrittive verso il Cavaliere, a cominciare dall’ineleggibilità: «Altro che killeraggio, la legge rischia di essere un aiuto a Berlusconi, è persino troppo blanda. Io sono per l’ineleggibilità, non l’incompatibilità, e su questo daremo battagli», annuncia il segretario del Pdci Diliberto. Sulla stessa linea i Verdi, che con Tana De Zulueta avvertono: «Le sfuriate di Berlusconi non devono intimidire il governo, l’anomalia italiana va risolta. Non esiste una democrazia in cui il padrone della tv commerciale, nonchè primo editore del paese, possa fare attività politica». Incalza il capogruppo dipietrista Donadi: «Se non si fa una legge seria che preveda l’ineleggibilità, questione sulla quale Italia dei valori non intende retrocedere, la legge rischia di diventare un’arma spuntata».
Ma un’altra ala della coalizione la pensa assai diversamente. «Non vorremmo - avverte il leader dello Sdi Enrico Boselli - che agitare questa questione del conflitto di interessi come una sorta di randello, da abbattere contro le opposizioni, si risolvesse sul piano pratico in un nulla di fatto, ricompattasse il centrodestra e ridesse come una sorta di Gerovital vivacità alla leadership di Berlusconi». Il radicale Daniele Capezzone denuncia la «rissa simmetrica» nella quale i due poli «si arroccano»: «Solo un clima non inutilmente muscolare può aiutare a trovare soluzioni ragionevoli».