Prodi e Parisi adesso scalpitano Martedì partono i primi soldati

In allerta il reggimento San Marco e i lagunari dell’esercito. Al generale Castagnetti il coordinamento da New York

Alessio Garofoli

da Roma

I militari italiani partiranno alla volta del Libano martedì, dal momento che le regole d’ingaggio sono ormai «chiare» e i costi della missione, figlia di «un bel coro europeo», «sotto controllo» (tra i 150 e i 200 milioni di euro ogni sei mesi, secondo stime parlamentari, ndr), ha detto ieri Romano Prodi convinto che comunque «il disarmo di Hezbollah può avvenire, anche facilmente, ma nel quadro di una soluzione politica. Un disarmo violento lo penso molto difficile». Il via libera definitivo del Consiglio dei ministri avrà luogo lunedì pomeriggio. La fine delle ritrosie francesi ha sbloccato l’Unifil e adesso anche altri Paesi sono pronti a inviare truppe in Libano.
Un’occasione che Arturo Parisi, gongolante, non si lascia scappare per rispolverare l’ardore europeo. Perché, certo, si tratta di una missione «lunga, impegnativa, costosa e rischiosa», ma che nasce «sotto il segno dell'Europa e dell'unità del campo occidentale, messa al servizio della pace nel mondo», quindi non potrà che avere un buon esito. Il merito è non solo della «vitalità» dell’Ue, ma anche della caparbietà italiana «che ha contribuito con determinazione a questo esito». Sembrano lontanissimi i giorni in cui Parisi chiedeva con nervosismo quanti «scarponi» avrebbero fornito i partner europei. Ora dice di non aver mai nutrito «dubbi sulla missione a cui abbiamo aderito in maniera incondizionata». Quanto al doppio comando con cui l’Onu non ha voluto scontentare né noi né i francesi (e che, secondo alcune indiscrezioni, i vertici militari non sembrano gradire granché) «è una risposta alla nostra domanda, vale a dire alla necessità del comandante sul terreno di avere un interlocutore a livello del coordinamento politico-militare. Questo coordinamento sarà a New York». E a Silvio Berlusconi, secondo cui 3000 soldati sono troppi per il peso demografico dell’Italia, il ministro risponde: «Per le singole missioni conta il senso di responsabilità. Ma ancor più conta la vocazione specifica, la chiamata che viene all'Italia dalla prossimità geografica, dalla storia, e dall'interesse nazionale alla pace in Medio Oriente». Dunque, si va.
Nominato a capo della Cellula di direzione strategica della missione Unifil presso il dipartimento per le Operazioni di peace-keeping dell'Onu il generale di corpo d'armata Fabrizio Castagnetti, attuale comandante del Centro operativo di vertice interforze, non resta che mobilitare le baionette. I primi a partire, già martedì, saranno i marò del reggimento San Marco della Marina militare e i lagunari dell’Esercito, che come «forza di ingresso» dovranno prendere possesso dell'area assegnata all'Italia. Il governo ha confermato all'Onu e alla Ue l'intenzione di inviare tremila soldati. Cioè una brigata, la Pozzuolo del Friuli, che è stata già impegnata a Nassirya, in Irak.
Saranno cinque, in totale, le navi coinvolte nella missione, compresa l'ammiraglia della Marina, l’incrociatore-portaerei Garibaldi, e alcune unità anfibie come la San Giusto e la San Giorgio. Arriveranno poi gruppi di forze speciali, carabinieri paracadutisti del Tuscania, incursori di Marina, reparti di trasmissioni, gruppi che controllano possibili agenti Nbc (nucleari, biologici, chimici).