Prodi fa catenaccio: non vuol svelare i segreti su Kabul

Dopo l'omicidio dell'interprete riesplode il caso Mastrogiacomo. Il premier si rifiuta di riferire in Parlamento. Gino Strada: &quot;Per Torsello pagò 2 milioni di dollari&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=170087">Appello di Berlusconi: &quot;Non danneggiamo il Paese&quot;</a></strong>

Roma - Sono state fatte «illazioni assurde e strumentalizzazioni politiche». Le trattative per liberare i tre ostaggi dei talebani sono state condotte «in modo corretto e in stretto accordo con il governo afghano». Mentre le sorti del mediatore di Emergency Ramatullah Hanefi «sono nelle mani del governo guidato» da Hamid Karzai. L’assassinio di Adjmal Naskhbandi ha riportato Palazzo Chigi al centro delle polemiche. Quelle scontate dell’opposizione, stemperate da Silvio Berlusconi. Ma soprattutto quelle di una parte amica come Emergency e il suo fondatore Gino Strada, che ha accusato Romano Prodi di non impegnarsi per la liberazione di Hanefi, trattenuto dalle autorità di Kabul.
«Tentativi provocatori», che non fanno altro che rendere «più difficile» la liberazione del suo collaboratore, ha contrattaccato Palazzo Chigi che ha anche dato la sua versione di come sono andate le cose sulla mancata liberazione dell’interprete: «Doveva tornare libero assieme a Daniele Mastrogiacomo nell’ambito di un’intesa raggiunta dallo stesso governo afghano con i talebani». Liquidata anche la citazione del caso Gabriele Torsello, la cui liberazione è stata evocata da Strada: le trattative furono condotte con secondo una prassi «non ancora modificata» rispetto al precedente governo».
Sul fronte politico le repliche sono venute direttamente da Romano Prodi, che ha definito «follie» le richieste di impeachment, ma ha anche respinto la richiesta di riferire in Parlamento («non si risponde a richieste sporadiche che vengono fatte»). L’invito di Berlusconi a moderare i toni e a far prevalere le ragioni umanitarie e quelle dell’interesse nazionale è stato accolto dall’entourage di Prodi con sollievo («Finalmente, erano due giorni che chiedevamo di fermare le polemiche e correggere il tiro», è la frase di fonti vicine al premier riportata dalle agenzie di stampa).
Ma per il governo rimane aperto un problema a sinistra. Con Gino Strada, che continua a contare sul sostegno della sinistra radicale, ma il cui mito è stato per la prima volta messo in discussione anche nella maggioranza. In particolare dalla Rosa nel Pugno. Le accuse più gravi sono venute dal ministro Emma Bonino, che lo conosce. «Lo avevo seguito da Commissario europeo, anche in Kurdistan, e penso che abbia un atteggiamento così ambiguo, tra l’umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione». Da una parte il «lavoro umanitario», dall’altra «un comportamento nettamente politico». Per questo «scientemente o incoscientemente, che sarebbe ancora peggio, finisce per giocare un ruolo ambiguo, tra torturati e torturatori».
Nessuna sorpresa per Daniele Capezzone, che critica la gestione di tutta crisi degli ostaggi. «Il problema - spiega l’esponente radicale - non è solo Gino Strada, di cui alcuni ingenui scoprono soltanto oggi caratteristiche e relazioni. Il problema è soprattutto chi ha affidato a Strada le chiavi della macchina, cioè la gestione mediatica e politica dell’intera vicenda».
Chi invece non ha nessun dubbio, nemmeno dopo le parole di Karzai su Strada ed Emergency e dopo le parole di Strada su Prodi e il governo, è Rifondazione comunista. Oltre a una solidarietà generalizzata al fondatore di Emergency, da registrare la lettura che il capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena ha dato dell’assassinio dell’interprete: «È soprattutto conseguenza della decisione di Karzai, ma soprattutto degli Usa, di punire chiunque intavoli trattative per salvare le vite degli ostaggi. Si è ripetuta la stessa tragedia che aveva portato alla morte di Nicola Calipari dopo la liberazione di Giuliana Sgrena». Russo Spena definisce «del tutto incredibili» le accuse «che vengono scagliate ora contro il responsabile di Emergency in Afghanistan». E chiede all’esecutivo di difendere Hanefi «e non permetta che si consumi la vendetta contro Emergency per aver trattato su mandato dello stesso governo italiano».
E si rifà vivo il fronte di chiede un ritiro dall’Afghanistan. Al quale appartiene Giorgio Cremaschi, sindacalista Fiom ed esponente del Prc che all’origine di tutto vede «una guerra che non è stata mai decisa, un intervento che è perfino più grave di quello in Irak. Il problema è ritirarsi e non altro, andar via da Kabul».