«Prodi in fabbrica non potrebbe andarci»

Il segretario Cisl: «Contestazione? Macché, una ventina di persone voleva far confusione. Li capisco: guadagnano mille euro al mese e si lamentano dell’aumento del bollo auto»

Gian Maria De Francesco

da Roma

Contestazioni? Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, non ci sta a far passare i malumori degli operai della Fiat di Mirafiori nei confronti della Finanziaria come un attacco personale. Perché il sindacato di ispirazione centrista non si è appiattito sulla linea del «governo amico» e perché ha costretto più e più volte l’esecutivo a fare retromarcia sui provvedimenti di una manovra «cincischiata». Bonanni guarda già ai prossimi appuntamenti garantendo collaborazione sull’avvio di una «fase due» del governo Prodi di stampo riformistico, ma con un preciso caveat: le pensioni non si toccano.
Segretario Bonanni, ieri a Mirafiori il clima si è surriscaldato.
«So perfettamente come avvengono queste cose. Una ventina di persone voleva fare confusione. All’inizio hanno avuto successo, ma poi si sono calmati. Non mi si può accusare di essere accondiscendente con il governo perché se c’è una persona che gli ha dato filo da torcere, quella sono io».
Ma gli operai Fiat sono scontenti della manovra.
«Sono persone che non vanno oltre i mille euro al mese e che si sono lamentate, tra l’altro, dell’aumento del bollo sulle vecchie auto, sulle loro auto. E su questo non si può dar loro torto. Poi veniamo da mesi nei quali si è fatto un gran parlare di lotta all’evasione e la discussione della Finanziaria in Parlamento è stata lunga e cincischiata. Da qui a parlare di contestazione quando si è trattato di una minima parte di Cobas mentre la maggioranza era in silenzio ne corre».
Tra tavoli di concertazione e interlocuzioni varie con l’esecutivo è più facile che l’opinione pubblica percepisca i leader sindacali come «amici» del governo. Ne vale davvero la pena se il risultato è quello di farsi contestare?
«Vale la pena andare? Il governo Prodi era partito con l’intenzione di operare tagli al pubblico impiego e in Finanziaria ha dovuto recuperare i soldi per i contratti degli statali. Era partito con l’intenzione di spostare il nuovo flusso di Tfr inoptato al Tesoro e siamo riusciti a far valere ciò che avevamo pattuito con il precedente esecutivo. Anche in altri campi siamo stati determinanti come in materia di lotta all’evasione dei contributi previdenziali. Allora è il governo che deve chiarire la propria natura e il proprio atteggiamento».
In che senso?
«Spiegare se è la politica che deve seguire la gente oppure viceversa. Però vorrei vedere se un ministro o un segretario dei partiti di maggioranza o lo stesso presidente del Consiglio potrebbero andare a Mirafiori come abbiamo fatto io, Epifani e Angeletti. Un discorso che vale anche per un leader dell’opposizione».
Quindi lei respinge le critiche di ieri?
«Ma chi l’ha detto che abbiamo accettato tutto senza farci sentire? Le nostre categorie stanno scendendo in piazza: l’altroieri i vigili del fuoco, la scorsa settimana i precari della pubblica amministrazione e prossimamente la scuola. Certo, bisogna rendersi conto che da una parte ci sono persone che evadono il fisco, manager pubblici che incassano liquidazioni da milioni di euro dopo aver lasciato aziende in dissesto e dall’altra i dipendenti. Interpreto le indicazioni degli operai di Mirafiori come uno stimolo a un maggiore senso di giustizia».
L’apertura della cosiddetta «fase due» vi vede schierati a favore di una politica di riforme che rilanci la produttività. Sarà difficile per il governo cambiare registro visto che la sinistra radicale richiama continuamente Prodi al rispetto del programma.
«Bisogna farlo e basta. Maggioranza, opposizione, sindacati e imprese devono stringere un’alleanza perché il Paese non cresce a sufficienza. Bisogna discuterne perché si può redistribuire qualcosa solo quando si genera sviluppo. Ci vuole un’alleanza anche se vedo che ognuno va per i fatti propri».
Un discorso che richiama il «patto per la produttività» montezemoliano.
«Quello di Montezemolo è una sorta di sistema tolemaico dove tutto ruota attorno all’impresa. Ognuno, invece, dovrebbe fare un passo avanti con molta umiltà».
In materia di pensioni, si potrebbe rimetter mano ai coefficienti di trasformazione.
«Non siamo d’accordo perché nel 2005, a dieci anni dall’entrata in vigore della riforma Dini, il Nucleo di valutazione della spesa pensionistica ha sostenuto che i conti erano in pareggio. Per noi la verifica decennale prevista è già stata fatta e quindi se ne riparlerà nel 2015. Poi gli aumenti dei contributi previsti dalla Finanziaria per autonomi e atipici dovrebbe determinare una situazione migliore rispetto alle previsioni. Potremmo parlare di rivalutazione, soprattutto per quelle più basse, e di lavori usuranti. Nel programma dell’Unione si parla di abolizione dello scalone: se il governo ha 5 miliardi di euro a disposizione...».