Prodi finge di essere neutrale ma disegna la nuova Telecom

Il premier: "È chiaro che si sta formando una concentrazione a livello europeo"

Roma - Nel «gioco di specchi» Romano Prodi è maestro. E sulla vicenda Telecom, e sull’uscita di At&t; ma, ancora di più, sui nomi dei potenziali interessati a sostituire gli americani nella corsa a Olimpia, gli specchi della politica stanno riflettendo immagini deformate e lontane.
Così da Tokio, il presidente del Consiglio sembra fare «spallucce» alle critiche che gli arrivano dall’ambasciata americana e dall’Unione europea. Al punto che arriva quasi a disegnare il nuovo consiglio d’amministrazione della Telecom. Dice che saranno presenti partner italiani, o al massimo europei. E non esclude una partecipazione «extraeuropea», ma piccola. «Evidentemente è chiaro che si va formando una concentrazione a livello europeo. Un elemento positivo per avere influenza nella futura capacità decisionale». Da notare che al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con Ronald Spogli fonti della presidenza del Consiglio avevano ricordato: il presidente del Consiglio non commenta vicende di aziende private e quotate.
Comunque - prevede Prodi - «la partita, la commedia, sarà lunga». E visto che è un attore in campo, conosce benissimo i tempi. Difficilmente, infatti, «la commedia» si chiuderà entro il 30 aprile, data che avrebbe dovuto segnare la conclusione dell’operazione At&t e América Móvil. Il negoziato fra gli attori della vicenda, infatti, sembra congelato o rallentato, visto che non ci sono più date da rispettare per offerte e controfferte.
Così, la politica potrà riappropriarsi degli spazi che sembravano limitati dall’offerta di At&t. La sua uscita dall’operazione «non ha sorpreso» il presidente del Consiglio. Prodi ha sempre considerato l’offerta degli americani una «coperta» destinata ad avvolgere l’interesse di América Móvil per Telecom. Posizione identica a quella di Antonio Di Pietro. Paolo Gentiloni, invece, preferisce una posizione più equilibrata. Oggi, per esempio, in audizione parlamentare sosterrà che condivide le posizioni dell’ambasciatore americano: il governo fissa le regole e non interviene fra gli attori del mercato. E assicura che l’unico campo d’intervento sarà quello di dotare di maggiori poteri l’Authority delle Comunicazioni sulla separazione della rete Telecom dalla società. Ma non si spinge oltre, se nella futura società entrerà o no lo Stato.
Al ministero dell’Economia pensano che un eventuale ingresso della Cassa depositi e prestiti o del Fondo d’investimento «F2i» dovrebbe essere minimo; nell’ordine del 2-3 per cento. Ma le posizioni di Tommaso Padoa-Schioppa, talvolta, sono dettate dalla conoscenza delle regole del mercato; mentre molti altri suoi colleghi hanno idee diverse.
Massimo D’Alema sull’argomento non parla. Si limita a definire «deprimenti» le ricostruzioni giornalistiche che lo vedevano alleato a Prodi nell’operazione per bloccare l’At&t. «Mi astengo dal commentare se no dovrei dire parole sconvenienti». Eppure proprio il ministro degli Esteri aveva ipotizzato un provvedimento di legge che bloccasse l’utilizzo delle «scatole cinesi» come strumento di controllo di grandi gruppi. Sull’argomento, Di Pietro aveva auspicato un decreto legge.