Prodi fischiato a Bologna. E lui insulta l’Italia

Laura Cesaretti

da Roma

Di fischi, lazzi e contestazioni ne ha già sentiti parecchi, nei suoi primi sette mesi a Palazzo Chigi. Ma forse Romano Prodi non se li aspettava nella sua Bologna, di domenica, e ad una manifestazione che di politico non aveva nulla come il Motorshow.
E che le proteste che lo hanno accolto ed inseguito ieri pomeriggio siano un campanello d’allarme lo riconosce anche lui, che a sera sfoga la propria amarezza in una lettera al quotidiano della sua città, il Resto del Carlino. L’ha presa proprio male, il premier: «Dobbiamo davvero chiederci perché una società moderna e democratica è arrivata a tanto», denuncia accorato. C’è da capirlo: non ha fatto nemmeno in tempo ad arrivare in visita pastorale ai padiglioni, accompagnato dal patron della fiera automobilistica Alfredo Cazzola, che è partito un coro di «buffone, buffone», «abbasso le tasse», «vattene a casa». E pure qualche «mortadella!». Il premier ha tirato dritto, ma le proteste lo hanno inseguito anche dentro, tra gli stand, aumentando fastidiosamente in volume e intensità. Tanto che Prodi è stato costretto a rifugiarsi nei locali del blocco servizi della manifestazione, scortato da un indignato Cazzola («In 31 anni di salone non era mai accaduto, è stato un coro infame e organizzato») e da numerosi agenti delle forze dell’ordine, che hanno formato una barriera di protezione per evitargli problemi di sicurezza. «Un attacco di propagandisti - ha denunciato ai cronisti - non ho sentito contenuti ma solo insulti e agli insulti non si risponde. Guai se la democrazia si ferma davanti agli urli organizzati».
Ma il momento peggiore doveva ancora arrivare. Ripresa la visita (scortata), Prodi, in golf celeste e giubbino domenicale, è finito sul palco dove Red Ronnie presentava un concerto del cantante Gianluca Grignani. Ma l’accoglienza del pubblico è stata pessima. Racconta Red Ronnie: «Quando il premier è arrivato gli ho spiegato che non c’è spazio per la creatività giovanile, che serve una legge sulla musica e bisogna rivedere l’Iva sui cd. Pensavo rispondesse almeno “hai ragione, proviamoci”, invece ha preso il microfono e ha detto: “siamo qui per divertirci, non per fare politica”». A quel punto è scoppiata la buriana: «Sono partiti molti fischi e ho preferito chiedergli di ascoltare una canzone di Grignani. Speravo in un suo intervento dopo, ma lui ha ribadito “sono qui per divertirmi” e allora gli ho tolto il microfono. Lo vedevo imbarazzato».
Imbarazzato e anche parecchio irritato, visto che il premier se ne è andato a casa, ha preso carta e penna e ha scritto al Carlino, lamentando la «penosa situazione - non posso che definirla così - in cui ormai il nostro Paese si ritrova a vivere la quotidianità. O bianco o nero, o sì o no, o con me o contro di me. Il tutto avvelenato dalla maleducazione, dal sensazionalismo delle dichiarazioni che fanno magari titolo per poche ore e poi spariscono nell’oblìo del frullatore mediatico». Non ci sta, Prodi, e se la prende con «i dietrologi di professione» che «hanno subito cercato di legare Bologna a Mirafiori, i fischi ad un giudizio politico, gli insulti a una delegittimazione personale» nei confronti suoi e del suo governo. Ma non è affatto così, assicura il premier: «Ad una quarantina di esagitati si sono contrapposti i saluti e le strette di mano di centinaia di persone. E ho proseguito tranquillamente la mia visita, come certamente altri non avrebbero fatto». Altri chi, non è dato saperlo. Di certo, secondo Prodi, c’è che se quei fischi sono «inseriti in una centrifuga di intolleranza e cecità sociale i rischi per tutti, e per i nostri figli in particolare, saranno troppo alti».
Allarme rosso dal Motorshow, insomma. Dalla maggioranza arriva a Prodi la solidarietà del sindaco Cofferati («Inaccettabile intolleranza») e dei prodiani come il ministro Santagata: «È un premier forte e sereno». La Casa della libertà attacca: «Prodi chiude gli occhi davanti a una realtà che non gli piace, ma che ha colpevolmente determinato», dice l’azzurro Schifani.