Prodi furioso fa le barricate: "Va tutto bene, avanti così"

Da Palazzo Chigi nota stizzita dopo l’avviso di sfratto del Prc: a gennaio faremo i conti

Roma - Quando muore la poesia, non c’è più speranza. E poi «Prodi non è neppure un poeta», ironizza Fausto Bertinotti il giorno dopo l’eutanasia dell’Unione. A poco serve il vivacchiare, a niente il fuoco di fila che sommerge la semplice verità ammessa dal presidente della Camera a proposito di un «governo che ha fallito», di una «stagione finita», di un «progetto che non c’è più». A poco i giorni, le settimane, i mesi che Romano Prodi potrà ritagliare ancora per la sua poltronissima a Palazzo Chigi. «Prodi riformatore? Non più possibile», fa eco il segretario rifondatore Franco Giordano.
Il fatto vero, al di là della fiumana di parole scesa dai monti dell’opportunismo, è che ormai si è chiuso il rapporto tra Prodi e Bertinotti. C’è gelo tra i due, e il presidente della Camera è convinto a puntare su altri cavalli e altre stagioni politiche. Inviperita perciò è la reazione che giunge dal premier. La velina diramata ieri pomeriggio da Palazzo Chigi trasuda irritazione in ogni passaggio per un’intervista (quella di Bertinotti a Repubblica ) della quale «si può soltanto dire che è un’intervista» e le «valutazioni da ogni parte vengono tenute in considerazione». In particolare, il premier tiene a precisare che «siamo noi a chiedere il punto a gennaio»: niente «verifica», quindi, parola che fa venire il «mal di fegato» a Veltroni e il mal di mare a Prodi. Il governo avanza a gonfie vele, è la grottesca tesi prodiana: «Andiamo nella direzione giusta, ma a gennaio faremo un punto sull’azione complessiva perché noi riscontriamo l’esigenza di fare questo». Come se nulla fossero le difficoltà che alla Camera sta incontrando la Finanziaria (ieri il sottosegretario Letta ha cercato di rabbonire il ministro Ferrero). Come se fosse già incamerato il fragilissimo accordo che dovrebbe oggi consentire al pacchetto sicurezza di passare in Senato. Come se non fosse un inutile gioco d’interdizione il vertice sulla legge elettorale promesso ai piccoli partiti per la prossima settimana.
La navicella è in balia dei marosi. Ieri Prodi ha chiamato a sé fedeli e fedelissimi, per via telefonica o diretta (Pecoraro Scanio si è precipitato dal premier a mezzodì). Indi ha pranzato con le gerarchie vaticane al gran completo, tanto per raccomandare l’anima al Signore. Nel frattempo, dai diniani ai dipietristi, dal comunista Diliberto al postcomunista Mussi, ognuno ha voluto o dovuto spendere una parola per la sopravvivenza del cadavere. Mastella ha chiesto conto a Bertinotti, «se vuole fare come nel ’98 ce lo faccia sapere», e minacciato: «Se cade il governo ci sono soltanto le elezioni» (ma tutti sanno che alle porte c’è un governo istituzionale). Rosy Bindi ha posto l’aut aut: «O dentro o fuori». Pierluigi Bersani l’ha messa sul patetico: «Bertinotti non troverà un leader più a sinistra di Prodi»; Pecoraro Scanio sullo scontato: «Far cadere Prodi è un regalo a Berlusconi». Infine anche Veltroni è sceso in campo, avvertendo che «indebolire il governo rischia di danneggiare la riforma elettorale».
Fuoco a salve, in verità. Bertinotti sta già «oltre l’Unione» e ragiona «anticipando» la nuova stagione proporzionale. Riacquistare autonomia, in questa fase, significherà magari immaginare qualche concessione su salari e precariato, in attesa del rinnovo dei contratti l’anno venturo. Ma prepara piuttosto la strada alla fine delle coalizioni «coatte», le camicie di forza «buone per vincere non per governare». Ci vuole «omogeneità», dice Fausto e, guarda caso, ripete anche Walter. «Siamo in un caos creativo», spiega il viceministro D’Antoni. Senza ricordare però che la creazione è un sol dell’avvenire, e il caos una condizione permanente.