Prodi gela Veltroni: sui tagli ai ministri decido solamente io

Non si placa la tensione nella maggioranza. Dini rifiuta l’offerta (interessata) di fare il vicepremier di un governo vicino alla crisi

da Roma

La risposta del premier a Walter Veltroni è gelida: il candidato leader del Pd lo sollecita a «dimezzare il numero di ministri e sottosegretari»? Romano Prodi replica: «Il governo funziona molto bene, abbiamo fatto gioco di squadra e comunque l’efficienza e la continuità dell’esecutivo sono una pura competenza del presidente del Consiglio».
Un altolà in piena regola a quella che il premier ha considerato un’invasione di campo, e «del tutto fuori tempo». Già: che il problema rimpasto fosse nell’aria e che per tentare di risalire la china della popolarità fosse necessario por mano ad un dimagrimento del mastodontico esecutivo lo dicono tutti da tempo, nell’Unione. E il premier ha in più di un’occasione fatto trapelare di volerlo fare. Ma l’accelerazione impressa ieri da Veltroni è suonata assai stonata a Palazzo Chigi. Il sindaco di Roma infatti incalza e chiede di «dare un segno» sul governo «dopo il 14 ottobre», all’indomani delle primarie. Assicurando che il «suo» Pd «è pronto a fare la sua parte», e che «la scelta dipende solo dal presidente del Consiglio». Insomma, il segretario in pectore del principale partito di governo, quello che ha la squadra più ricca di ministri chiave, mette Prodi davanti alle sue responsabilità: noi siamo pronti, tocca solo a te.
Così «mette in difficoltà il governo», lamenta un esponente prodiano: il sindaco «accarezza la piazza», ma ben sapendo «che in queste condizioni un rimpasto è impossibile, e Prodi lo sa: per ogni casella che si tocca rischia di venir giù tutta la casa».
Il premier non è per nulla pronto: il rischioso cammino della Finanziaria e dei collegati su welfare e pensioni è appena iniziato, e non è certo il momento di operazioni chirurgiche dolorose. «Ma come faccio a chiedere a ministri e sottosegretari di votare e sostenere in Parlamento la Finanziaria se sanno che poi potrei farli fuori?», è stato il tono dei suoi sfoghi. Non era proprio il momento di «aprire questo capitolo». E soprattutto non doveva essere Veltroni a farlo, sottraendo il boccino dell’iniziativa al premier.
Nei giorni scorsi, prima ancora dell’uscita di Veltroni, con Fassino, che sollecitava un «segnale» sul dimagrimento del governo, Prodi si è irritato: «Mi avete fatto fare voi un governo di 103 membri!». «E tu dovevi dirci di no», ha replicato il segretario ds. Il premier è esploso: «Ma se tu e D’Alema venivate a Piazza Santi Apostoli con le processioni dalla Campania piuttosto che dalla Calabria per farmi piazzare i vostri sottosegretari!».
Prodi un segnale sa di doverlo dare: ieri sono scesi in campo a sollecitarlo anche Di Pietro (che parla di governo «impresentabile») e Ferrero di Rifondazione (precisando che il taglio «è un problema del Pd», non certo dei partiti minori). E Fassino dice di «condividere quel che ha detto Veltroni, che affida a Prodi la decisione». Ma il premier vuole aspettare l’anno prossimo, quando (e se) il governo avrà superato i marosi della Finanziaria. Il problema è che far dimagrire il governo resta un rompicapo: a Palazzo Chigi si era ad esempio ipotizzata un’operazione soft, l’eliminazione dei ministri senza portafoglio. Ma (a parte il fido Santagata) sono quasi tutte donne: Melandri, Bindi, Lanzillotta, Pollastrini. Quando gli han fatto presente quali sarebbero le reazioni femminili ad una cacciata di massa dal governo, Prodi è rabbrividito. L’unica operazione vera tentata negli ultimi giorni è stata quella mirata al recupero di Lamberto Dini, con l’offerta di una poltrona da vicepremier, magari affiancato a Fassino. Ma non è andata in porto.