Prodi ha fretta di liquidare i partiti «Nel 2007 la fusione tra Ds e Dl»

Alla vigilia del summit di Orvieto, il Prof vuole imporre la sua linea alla Quercia che però non accetta ingerenze sul programma. Il ministro Chiti: «Decideranno i nostri dirigenti»

Laura Cesaretti

da Roma

«È giunto il momento di assumere impegni per costituire il partito democratico», incita Romano Prodi. «Serve uno scatto in avanti», invoca Arturo Parisi. I due hanno in mente un percorso: manifesto fondativo del Pd (da sottoporre a una sorta di primarie) e congressi di scioglimento ds e dl nel primo semestre 2007. Il problema è farlo digerire ai partiti. Così il Professore ha pensato di servire a Fassino e Rutelli un piatto già pronto. Dal vertice dell’Ulivo convocato ieri sera per stabilire l’ordine del giorno di Orvieto ha fatto trapelare i propri «desiderata» dettando l’agenda dei prossimi mesi e bloccando così sul nascere le resistenze di Fassino, D’Alema e Rutelli che volevano rallentare il processo.
Ha cominciato il ministro Chiti: «Orvieto è un seminario, dà un contributo ma non sostituisce gli organismi dirigenti dei partiti. È un momento importante ma non decisivo». Un modo per depotenziare la scadenza e rintuzzare l’offensiva prodiana e rutelliana, che chiede che l’incontro di Orvieto serva a fissare le date dei due congressi. Un refrain che gli uomini di Rutelli ieri ripetevano. «È il solito gioco del cerino», assicuravano al Botteghino, spiegando che la Margherita «non è certo in condizioni di accelerare più di noi, visto come sono messi». Quindi nessuno pensi che Orvieto possa essere la sede da cui si convocano congressi: «I nostri partiti esistono ancora, hanno i loro dirigenti e decidono autonomamente cosa fare e quando».
Fassino vuol mandare un messaggio rassicurante a chi nel partito contesta «la politica del fatto compiuto», per la quale si sta arrivando per inerzia (e diktat prodiani) allo scioglimento della Quercia. E non è solo il Correntone a ribellarsi. La minoranza di Mussi e Salvi ha da tempo annunciato che il Partito democratico non sarà il suo approdo e alla vigilia del seminario umbro ha ufficializzato la propria diserzione e minacciato l’uscita dall’Ulivo dei propri parlamentari, più di 30, in grado di costituire gruppi autonomi a Camera e Senato. Ma nei ds monta anche la resistenza di una fetta della maggioranza fassinian-dalemiana. «Se pensano di portarci a un congresso di scioglimento in questo modo - spiega Peppino Caldarola - non ci sarà solo una scissione di sinistra ma anche una di “destra”, e la costituzione di una nuova formazione socialista».
Contro il modello prodiano di partito democratico si sono pronunciati dirigenti del calibro di Angius e Cuperlo, e ieri anche la capogruppo ulivista Anna Finocchiaro, pure lei dalemiana, ha dato voce a preoccupazioni simili: «Ho sentito un deficit di approfondimento: si è discusso troppo di tappe e forme e meno di contenuti». Certo il partito democratico è «una scelta giusta», ma bisogna evitare «accelerazioni velleitarie». Ad alimentare l’irritazione ds ha contribuito ieri l’intervista a Repubblica di Parisi, che paventando «un lento naufragio» ripropone il modello primarie anche per il «manifesto del PD», formulato da un «gruppo di saggi» da nominare a Orvieto, e poi sottoposto al voto degli elettori dell’Ulivo. «Quel voto sarà l’atto di adesione al nuovo soggetto», aggiunge Parisi. Scavalcando quindi i partiti, i loro percorsi statutari e il loro peso contrattuale dentro il futuro partito. E quindi azzerando di fatto le attuali leadership: un colpo all’orgoglio ds, e alle speranze di chi, come Fassino, puntava alla guida del nuovo soggetto. Ma stavolta Parisi è riuscito a scontentare anche una parte dei prodiani, per un’intervista giudicata troppo aggressiva verso la componente ex Ppi della Margherita che si è ritrovata a Chianciano: «Così ha dato oggettivamente una mano a Rutelli - protesta Andrea Papini - ma gli ex Ppi stanno reagendo alla deriva clericale da lui impressa alla Margherita».