«Con Prodi imposte più alte per i lavoratori dipendenti»

Il leader della Uil: si è verificato quanto temevo, le ultime buste paga mostrano che c’è stato un aggravio fiscale e che il reddito disponibile è diminuito

Roma - Con il fisco dell’era Prodi non c’è nessun riequilibrio tra redditi alti e bassi. Al contrario, le scelte del centrosinistra comportano un aumento delle tasse a danno del lavoro dipendente. Poi c’è lo scontato aggravio delle addizionali locali, con il paradosso della penalizzazione delle famiglie con più figli. «Noi l’avevamo detto». Il segretario generale della Uil Luigi Angeletti torna a criticare la politica fiscale del governo, forte delle simulazioni sulle buste paga, ultime quelle della Cgil e del Sole-24 ore. Adesso, assicura il sindacalista riferendosi alla confederazione di Guglielmo Epifani, anche chi aveva promosso le misure fiscali della finanziaria 2007 ha cambiato idea.

Oltre alle vostre simulazioni, avete percepito dei malumori tra i vostri iscritti?
«Quando sono arrivate le buste paga le reazioni non sono state per nulla positive perché tutti si sono accorti che non c’è stata nessuna riduzione delle tasse. Magari una qualche forma di riequilibrio tra quelle nazionali, che però è stata compromessa dagli aumenti delle addizionali locali prima annunciati e poi regolarmente attuati. Il risultato netto è stato un aggravio delle tasse per i lavoratori dipendenti. L’esatto contrario di quello che ci era stato promesso. E noi lo avevamo detto».

... quando avete protestato per il «bluff» del cuneo?
«Ecco, noi non ci siamo dimenticati le promesse. E non possiamo non registrare che le novità sul fisco hanno effetti seri dal punto di vista dei lavoratori, cioè una diminuzione di quello che si chiama reddito disponibile, che finirà per avere conseguenze negative anche per l’economia».

Quali altre leve avrebbe potuto utilizzare il governo?
«Il vero riequilibrio non ci sarà mai fino a quando continueremo a parlare di Irpef. Se consideriamo i redditi ci sono milioni di poveri, ma la metà sono finti. Noi avevamo proposto di ridurre la spesa pubblica intervenendo sugli sprechi pubblici a partire dal settore sanitario. E invece hanno messo i ticket. Abbiamo chiesto di ridurre i costi della democrazia e abbiamo fatto l’esempio concreto dei 160mila consulenti delle amministrazioni locali. Invece è stata aperta la strada a una politica opposta: gli sprechi non diminuiscono e in compenso aumentano le tasse per coprirli».

La politica di redistribuzione via fisco in realtà era stata ispirata dai sindacati...
«Così dicevano i giornali, ma non c’è stato nessun vantaggio per il lavoro dipendente e noi lo abbiamo spiegato più volte. La finanziaria non ha diminuito le tasse ed era evidente da subito. Una manovra da 34 miliardi non poteva che alzare la pressione fiscale. Nella relazione tecnica era scritto chiaramente che la manovra sull’Irpef avrebbe dato 400 milioni, altro che costo zero. Ed era prevedibile anche che il combinato tra il nuovo regime delle detrazioni e le tasse locali finisse per penalizzare anche le famiglie con figli».

Chi ci ha guadagnato con il nuovo fisco?
«Forse le imprese medie e grandi con la riduzione dell’Irap sulla base dei dipendenti, anche se non hanno ancora incassato».

Cosa farete sul fronte delle imposte locali?
«Noi stiamo facendo di tutto, ad esempio abbiamo manifestato a Napoli contro le addizionali della Campania».

Senza la Cgil.
«Per un momento si deve essere dimenticata l’autonomia del sindacato dalla politica».

Per il resto contro le imposte locali Cgil, Cisl e Uil saranno unite?
«Penso di sì, anche perché quelli che si erano lasciati convincere che sarebbe stata un’operazione a saldo positivo per i lavoratori si sono resi conto che non è così. E la prova è il documento unitario che parla di diminuzione delle tasse sul lavoro, un tema che fino a oggi non ha mai trovato unito il sindacato».