Prodi lascia il Pd. E spuntano Marini e Bindi

Il premier uscente si dimette: &quot;Sono 20 anni che tiro, tocca ad altri&quot;. Il loft lamenta lo sgambetto: &quot;Perché lascia proprio ora? Gli accordi erano diversi&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=255296">Di Pietro tradisce già Veltroni</a></strong>: non ci sciogliamo nel tuo partito

Roma - L’umanità sta male, ci fa sapere Romano Prodi da New York. E neppure io sto tanto bene, ha l’aria di aggiungere. «Sono vent’anni che tiro (sic)», difatti aggiunge, sospirando «qualche mese di vacanza». Stanchezza, solitudine e qualche scatto di orgoglio accompagnano le ultime ore del premier a Palazzo Chigi. Così s’impunta sul diritto di «fare una nomina condivisa per il successore di Frattini alla Commissione europea: la cortesia istituzionale c’è sempre, ma spetta a me il diritto e il dovere di discutere una rosa di nomi assieme ai vincitori delle elezioni».

La vacanza potrebbe essere anche più lunga di qualche mese, però, visto che la notizia è un’altra. Prodi ne ha le tasche piene del Pd di Veltroni che ha scaricato su di lui l’intera «Walterloo» elettorale. Già amareggiato e deluso, Romano, ora è proprio tramortito e stufo. Stati d’animo in alternanza che si riflettono nella fuga di notizie sulle sue clamorose dimissioni da presidente del Pd. Le voci hanno cominciato a girare l’altro pomeriggio, ai margini della riunione del Loft sul disastro elettorale. Voci riprese e rilanciate dal Tg di La7 a tarda sera e poi nell’edizione delle 12.30 di ieri. L’isolamento prodiano e l’imbarazzo veltroniano hanno però sortito un corto circuito. Così che il portavoce Sircana ha insistito nella smentita fino e oltre ogni limite: «Notizia falsa destituita di ogni fondamento».
Tanto destituita che, a domanda dei giornalisti che lo seguivano al Consiglio di Sicurezza Onu, Prodi stesso ha svelato: «Ora nel Pd i ruoli di responsabilità spettano ad altri, si passi la mano alle nuove leve». Lo sconcerto è rimbalzato dal Palazzo di Vetro newyorkese al Loft romano. Stupore e risentimento nei piani alti del Pd: «Perché ha deciso di farlo uscire proprio ora? Gli accordi con Walter erano diversi... Dovevano parlarne insieme al suo ritorno dagli Usa». Il rischio che l’abbandono del padre fondatore sembri una sconfessione del figlioccio è grosso. Nel frattempo, tutti hanno cercato di metterci, come si dice, pezze a colore. Se Sircana aveva anche escluso l’esistenza di una lettera di Romano a Walter, l’ufficio stampa del Pd diramava una nota per dire - e Prodi confermava - che la lettera esiste, ma sarebbe stata recapitata al leader del Pd giusto il 23 marzo, un bell’uovo di Pasqua. «Ma si è deciso di parlarne dopo le elezioni per evitare strumentalizzazioni», aggiungevano gli uomini di Walter. Un giallo accompagna anche il contenuto della missiva. Secondo i bene informati, ironia dolente e velenosa: «Da come si parla del nostro governo, ritengo di poter agevolare utilmente la campagna elettorale dimettendomi irrevocabilmente anche dalla presidenza del Partito...». Secondo le fonti ufficiali, invece, si tratterebbe di una «lettera serena, priva di asperità». Precisazione che autorizza i peggiori sospetti.

Insomma, l’ennesimo pasticciaccio brutto di piazza Sant’Anastasia. A poco sono valse le frasi di circostanza, sia dei veltroniani che di Prodi, e le retromarce. «Le mie dimissioni non sono polemiche - ha detto il premier -, ma una doverosa scelta di vita che discuterò con Veltroni. La campagna elettorale di Walter è stata estremamente coraggiosa e forte, il Pd ha avuto una buona performance alle elezioni e ora deve rafforzarsi, perché senza un forte Pd avrei timori per la democrazia. Io sarò un supporter forte e leale del partito e cercherò di lavorare su riflessioni e proposte». L’uso smodato dei rafforzativi, anche in questo caso, sembra legittimare qualsiasi interpretazione. Prova ne sia lo stupore che ha accompagnato l’intera vicenda nel quartier generale veltroniano, che non voleva affrontare in questo momento anche la tegola della successione di Prodi alla presidenza. In pole position ci sarebbe Franco Marini (che si tira però indietro), mentre i prodiani spingono per incoronare Rosy Bindi, così da tentare una sorta di «commissariamento dolce» al segretario in crisi.

Sarebbe, in questo caso, il primo atto della difficile resa dei conti all’indomani della catastrofe elettorale. E Prodi avrebbe calato la sua carta in questo momento proprio per smuovere l’unanimismo di facciata. Tanto è vero, che l’ufficio stampa del Pd ha dovuto sottolineare come al ritorno dagli States ci sarà l’immediato incontro tra i due che «avverrà nello spirito di coesione e grande unità che si è visto in questi mesi». Potenza dei binocoli in dotazione al Loft.