Prodi: «Lascio a fine mandato» E dalla platea parte l’applauso

Il premier non scalda i Dl e tra la base cresce il dissenso per la fusione a freddo

da Roma

Le note dell’inno di Mameli irrompono prepotenti. E Francesco Rutelli, dopo aver sorseggiato una Coca Cola, si toglie la giacca e fa il suo ingresso nella felliniana sala 5 di Cinecittà. È il segnale, il colpo di pistola che dà il via all’ultimo congresso della Margherita, quello che - in parallelo con le assise dei Ds - dovrà scolpire la nuova creatura e accendere la scintilla di quel Partito democratico alla disperata ricerca di una forma riconoscibile, se non di un’anima.
Il primo a prendere la parola è Romano Prodi. Un intervento di 30 minuti in cui il Professore ringrazia lo stato maggiore della Margherita per la scelta che il partito si appresta a compiere. «È un passaggio difficile, quello che porta al Partito democratico» dice Prodi. Ma «noi siamo gente testarda, andremo avanti così». Il leader dell’Unione precisa che il nuovo soggetto politico non sarà solo l’unificazione di due partiti, ma un progetto più ampio: «un nuovo partito che si fonda su una visione nuova». Prodi, però, fatica a scaldare la platea. Gli applausi sono tiepidi, privi di trasporto, se non quando il Professore annuncia che il suo impegno si concluderà al termine della legislatura. «A fine mandato lascio» dice. E gli applausi non mancano anche quando Prodi afferma che «non ha senso chiedersi quale sarà la collocazione internazionale» del Pd, che deve guardare al Pse mantenendo «la propria originalità».
Va un po’ meglio quando è Francesco Rutelli a guadagnare la scena. Il leader dei Dl non brilla certo per sintesi. Il suo intervento dura quanto una partita di calcio, 89 minuti, senza intervallo. Ma di carne al fuoco ce n’è molta visto che bisogna spiegare come sia possibile realizzare una fusione a freddo tra una costola dell’ex Dc e gli eredi dell’ex Pci. Impresa mica da poco, tanto che qualcuno in platea ricorda che proprio di questi tempi, il 18 aprile del ’48, andava in scena il grande scontro tra libertà e comunismo: le prima elezioni dell’Italia repubblicana in cui la Dc di De Gasperi conquistava la maggioranza assoluta e il Fronte popolare di Togliatti il 30%. Oggi, invece, i (parziali) eredi di quella tradizione non sfidano più i rossi ma fondano una nuova forza politica con loro. Uno shock su cui nessuno vuole soffermarsi troppo. «Per guidare i cambiamenti occorre un grande partito. Non lunghe coalizioni di partiti in competizione tra loro» spiega Rutelli. «Questo non sarà un congresso di addio ma un passaggio per far approdare finalmente il Paese a una matura democrazia dell’alternanza. Siamo pronti oggi a unirci ai Ds per rispondere a nuove sfide».
L’unico paletto che il ministro dei Beni Culturali pianta con convinzione è quello sui possibili disegni egemonici dei futuri soci di maggioranza del nuovo partito. «Noi iniziamo una storia nuova: se c’è qualcuno tra noi che immagina di poter esercitare una rendita di posizione, sbaglia. Se c’è qualcuno, tra i Ds, che immagina di riproporre disegni egemonici, sbaglia. Trascorsa la fase di transizione saremo tutti parte di una storia nuova. E saremo obbligati a costruire il futuro, pena l’insuccesso». In questo tentativo di rimarcare le affinità piuttosto che le differenze Rutelli vola basso sulla «questione cattolica». «Nel discorso pubblico sono laici i non credenti, laici i credenti. Sono certo che il Partito democratico darà la temperatura giusta al dibattito sulla laicità. Sbaglia chi parla di un rischio di clericalizzazione della politica italiana o di un disegno di scristianizzazione dell’Italia. Noi dobbiamo riaffermare semplicemente la pulizia della distinzione laica delle responsabilità tra poteri pubblici e religione». Nel frattempo inizia, ancora sottotraccia, il dibattito congressuale. E se Arturo Parisi si dice pronto per concorrere al ruolo di leader del Partito Democratico, l’ex segretario del Ppi, Gerardo Bianco, boccia il progetto messo in campo dal leader. «Quello di Rutelli non ha sciolto i nodi costituiti della convivenza con i Ds. L’ispirazione proposta da Rutelli mi sembra spiritualmente diversa da quella di Fassino, non vedo come si possa costruire un partito unico quando ci sono due linee così diverse».