Prodi mascherato da buon parroco

Gianni Baget Bozzo

Era inevitabile che la stampa proclamasse la vittoria ai punti di Prodi nel dibattito che lo ha opposto a Silvio Berlusconi. La formula scelta all’americana era troppo anglosassone per il modo italiano della politica, più disposto al discorso che alla semplice e netta informazione. Soprattutto il fatto che il tema fosse così limitato all’argomento economico ha impedito che i temi politici venissero evocati nel dibattito. Praticamente però è emerso lo schema di politica economica che ha in mente il candidato dell’Unione: essa potrebbe essere definita il patto dei produttori. Prodi punta sul consenso delle parti sociali e quindi sulla concertazione. E fa proprio il fronte comune tra la Confindustria e i grandi sindacati la cui misura fondamentale è la riduzione di 5 punti del cuneo fiscale. È l’edizione recente di una politica tradizionale del Pci e dei sindacati che fece la fortuna della Fiat.
E il fatto che oggi tanta parte del lavoro avvenga in forme di lavoro indipendente e in quello delle partite Iva non viene preso in conto da questo vecchio schema, che fa pagare al risparmiatore, al contribuente e al produttore indipendente i costi della riforma richiesta dalle organizzazioni economiche tradizionali. Il governo si trasferisce di nuovo fuori del Parlamento e viene deciso dalle parti sociali. Tutto torna prima di Berlusconi e delle stesse novità che in qualche modo vi erano state negli anni Novanta.
Quello che è apparso evidente nel dibattito è stata la volontà di Prodi di porsi come pacificatore e di uomo del consenso e del dialogo che è l’opposto della linea scelta da lui stesso e dalla sua parte politica in tutte le loro manifestazioni. Il contenuto dell’alleanza di sinistra è la delegittimazione di Berlusconi: ed il paradosso di questo dibattito a tempi limitati è stato che questo fatto non è minimamente comparso. Infine non è per il conflitto di interessi o per non aver mantenuto la spesa corrente sotto controllo che esiste una coalizione così vasta che va dal Corriere della Sera ai no-global. Il Berlusconi che è comparso dinanzi ai teleschermi non è riuscito a dire una parola su questo fatto politico così rilevante che ha per oggetto le novità che egli ha prodotto nella politica italiana, cioè l’eliminazione del partito ideologico di massa che era la forma politica precedente. Si è pensato che questo fosse un dibattito normale, contenibile nell’ambito dello schema consueto della lotta politica mentre in realtà è in sostanza uno scontro di regime. Berlusconi è accusato di essere un monopolista della comunicazione quando gli è persino impedito di parlare come presidente del Consiglio. E sulle strutture sociali del Paese, sulla stampa, sulla cultura, scende un regime velato che, per sua natura, tende a imporsi come l’unico spazio legittimo di azione politica. Gli elettori del centrodestra hanno però visto un Berlusconi capace di combattere e di sfidare la falsa immagine che dava di sé il capo dell’Unione. È stato un conflitto tra la maschera e il volto. Prodi appariva nella figura del buon parroco che vuole la concordia, il che è evidentemente falso e Berlusconi appariva con il suo volto di persona reale impegnata a combattere per le proprie idee. Il tema economico è stato dunque esaurito e il prossimo dibattito non potrà che essere politico cioè riguardare l’identità delle due coalizioni. Ma anche nelle manifestazioni che precederanno il dibattito starà a Berlusconi dimostrare che quello che si combatte nelle elezioni politiche è la scelta non di una coalizione elettorale ma di un destino dell’Italia: la differenza tra la sua integrazione nell'Occidente culturale e politica e la disgregazione in una frammentazione ideale di cui l'antagonismo è il principio ultimo.
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