Prodi mette «in pensione» le riforme

Mario Monti oppone una garbata ironia alla pretesa di Prodi di voler ripetere, con l’obiettivo della crescita economica, l’impresa di due legislature fa che consentì all’Italia di entrare nell’Euro. Si tratta, in effetti, di un paragone improponibile: il problema era, allora, di tener fede a un obiettivo temporale imposto all’Italia, tanto vero che Prodi si esibì in uno sciagurato viaggio a Madrid per tentare di indurre l’allora presidente spagnolo Aznar a chiedere un rinvio rispetto alla data fissata. Il rifiuto di Aznar costrinse l’Italia a stringere i tempi, indusse l’allora ministro del Tesoro Ciampi ad affrontare l’impresa. Nella quale, in verità, non solo i tempi erano dettati dall’Unione europea, ma anche gli obiettivi, a cominciare dal cosiddetto parametro del 3 per cento fra deficit e Pil (per finire con il cambio di duemila lire-un euro).
Fra la fine degli anni ’90 e oggi c’è qualche differenza, e qualche miserevole bis. In effetti, approvata la legge finanziaria ed entrati in quella stagione delle riforme che dovrebbe dar vita a una straordinaria crescita e sviluppo, Prodi è seriamente tentato, come dieci anni fa, di evitare o di allontanare la sfida nelle nebbie del tempo e della intenzioni. Lo ha fatto con quella che viene considerata, ancora una volta dall’Europa come dalla parte che si qualifica come riformista del suo schieramento la prima delle riforme da fare, la riforma pensionistica, indispensabile per rimettere i conti in ordine in una delle principali voci di spesa, e di restituire armonia sociale alla crescita di una società che dovrà assicurare equilibrio fra la generazione dell’oggi, e quelle del futuro.
Si è ascoltato con sorpresa il presidente del Consiglio dopo tanto dibattito sull’argomento affermare, o farfugliare nella conferenza stampa di fine d’anno che la riforma presentata fino ad allora come la prima da affrontare col prossimo anno, «in fondo non è così urgente», che non si tratterà di vera e propria riforma poiché «il più è fatto». In ogni caso, è la conclusione di Prodi, si parlerà con i sindacati. I quali peraltro fin qui hanno parlato chiarissimo: di aumento dell’età pensionabile non si parla, men che meno della prospettiva di ovviare al risparmio dei conti previsto dallo «scalone» della riforma di Maroni con un mix di incentivi per chi ritarda l’andata in pensione e disincentivi per chi la anticipa. Ed è ancora una volta la sinistra alternativa a completare il quadro. Franco Giordano, Rifondazione, dice che prima della trattativa col governo bisognerà ascoltare i lavoratori che si riuniranno in assemblee nelle fabbriche, e poi faranno sapere. Concludendo che «la bussola saranno gli operai di Mirafiori». In un successivo discorso, calato dalle Alpi ove Prodi stava trascorrendo una breve vacanza con la famiglia, è venuta dal presidente del Consiglio una precisazione, questa non del tutto sorprendente, secondo la quale «non risponde a verità che il governo sia diviso fra riformatori e conservatori». E siccome fin qui a parlare, e spesso per bocca del premier, sono stati i secondi, resta da sapere cosa intendono, se intendono ancora qualcosa, i primi, Fassino e Rutelli i quali, sulle riforme, e sulla «Fase due» dell’opera di governo, nell’ultima parte dell’anno appena trascorso, avevano pur detto qualcosa. Rutelli aveva presentato addirittura un memorandum riformista sul quale è sceso il silenzio.
Tutto viene rimandato, stando allo staff di Prodi, al conclave fissato alla Reggia di Caserta per la prossima settimana. Ma non sono in molti ad aspettarsi qualcosa, e nelle file «riformiste» si diffonde la sfiducia. Ne è un segno la decisione di uno dei più lucidi fra loro, l’economista Nicola Rossi, che nell’intento di non fornire «ulteriori alibi» a se stesso e alla Quercia ha comunicato a Fassino le sue dimissioni dal partito.
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