Prodi nasconde i Pacs per non divorziare dai voti dei cattolici

Ospite di «Porta a porta» il Professore cerca di rassicurare l’elettorato moderato: «Non vogliamo fare i rivoluzionari»

Laura Cesaretti

da Roma

Dai Pacs (di cui nel programma dell’Unione «non si parla») alla riduzione del cuneo fiscale («abbiamo preparato un piano che va oltre i 5 punti in un anno»), fino al famoso «faccia a faccia» tra candidati premier, che Romano Prodi sembra disponibile ad accettare: «Se ci fossero regole non avrei alcuna obiezione a farlo. Mi unisco alla frase di Berlusconi nel ’94 quando disse «farò un testa a testa con Prodi solo con regole precise e con un arbitro». E vuole norme precise, il candidato dell’Unione: tanto che si è portato dietro le 37 pagine di regolamento del confronto Bush-Kerry in cui, spiega, «si disciplina tutto, perfino la temperatura nello studio». Ma non è detto che si tratti proprio di un faccia a faccia tra lui e il Cavaliere: «Io - spiega il leader dell’Unione - sono stato nominato dalle primarie. Dalla Cdl invece sento ogni giorno parlare di “tridente”. Se c’è un dibattito, voglio Berlusconi, Fini e Casini».
Il Prof debutta a Porta a porta, arena super soft della comunicazione politica, con l’immancabile Vespa a far gli onori di casa e i tre giornalisti che già avevano interrogato Silvio Berlusconi la settimana scorsa: Maria Latella, Augusto Minzolini e Mario Orfeo. E gli tocca affrontare i nodi ancora irrisolti del programma dell’Unione, sui cui anche ieri i suoi alleati si sono accapigliati. A cominciare appunto dai famosi Pacs, su cui insiste l’ala laica della coalizione, Rosa nel pugno in testa, mentre i cattolici fanno muro. Il Professore (dopo aver benedetto mesi fa i patti civili di convivenza proposti da Franco Grillini) ora frena: annuncia che la parola Pacs non ci sarà, per non mettere in imbarazzo le gerarchie vaticane e i loro supporter politici. E che si seguirà una linea di compromesso come quella scelta da Niki Vendola in Puglia, e tacitamente benedetta dai locali vescovi (niente riconoscimento delle unioni di fatto ma accesso a welfare e servizi): «Andiamo nella stessa direzione - dice Prodi - e la nostra linea è molto chiara: non è quella di Zapatero, ma quella di Aznar. Il governo democristiano spagnolo fu il primo a introdurre una legge sulle unioni di fatto. Non ci siamo messi su una linea rivoluzionaria».
Quanto alle riforme della Cdl, il Professore spiega che sia la legge Moratti sulla scuola che la Biagi sul lavoro andranno non soppresse, come chiede la sinistra radicale, ma «modificate». Sul come modificarle, però, non c’è ancora intesa, ma «ci stiamo lavorando». E a chi gli obietta che il suo esecutivo è stato il primo a introdurre elementi di flessibilità nel mercato del lavoro, Prodi replica: «Il mio governo ha cominciato con la mobilità, ma poi si è andati oltre misura con la precarietà che è diventata sistema. La legge Biagi va trasformata per non contenere così tanti precari».
Il Prof, quando approda a Porta a porta, ha già alle spalle una giornata faticosa alle prese con la sua coalizione: Fassino, e soprattutto Rutelli, lo hanno pressato perché tenga a bada l’ala sinistra «che rischia di metterci in difficoltà con l’opinione pubblica con le sue proposte estremiste, come quella sulla requisizione degli alloggi», gli ha spiegato il leader Dl. Ds e Rifondazione stanno già pubblicamente litigando sulla presidenza della Camera, che Fassino vuole per D’Alema (così lui potrà andare alla Farnesina) e Bertinotti per sé. E a Prodi è toccato avvertire i parlamentari del centrosinistra che «le differenze interne alla coalizione rischiano di diventare una debolezza se vengono esaltate».
Ma in tv il leader dell’Unione si mostra tranquillo: con Bertinotti andrà tutto bene, «si è impegnato a rispettare il programma», e si «è pentito» di averlo fatto cadere nel ’98: «Fu un errore storico», che non si ripeterà. Quanto ai contrasti tra l’ala cattolica e la Rosa nel pugno, si troveranno «soluzioni serie e condivise», e il mondo cattolico «non ha un ruolo laterale, ma è nelle radici profonde dell’Ulivo». Rassicura i ds sul fatto che «il caso Unipol è chiuso», e certo ci sono stati da parte della Quercia «degli errori e delle colpe», ma «un rapporto profondo con la gente c’è ancora». E sulla candidatura D’Ambrosio avverte: «Non ci deve essere un eccesso di magistrati in Parlamento».